LA STORIA 

L'Appennino — di cui Monte Orlando è una delle estreme propaggini — dice Pasolini, nell'omonimo componimento, appare "assorto sotto le chiuse palpebre, all'alone del mare di Gaeta".

I versi richiamano alla mente l'immagine di montagne indifese sulle quali la storia ha lasciato le sue tracce. Non è facile, però, tracciare una storia, anche sommaria, degli interventi umani e delle conse­guenti modificazioni apportate alla natura e al paesaggio di Monte Orlando.

Nei primi decenni del XIX secolo, il circondario di Gaeta appare ancora selvaggio e luogo ideale per gli agguati briganteschi, tanto che Stendhal non dimentica di annotare che, per evitare gli agguati, tra Mola di Gaeta, oggi Formia, e Terracina esiste un collegamento marittimo. Selvatichezza antica. Virgilio ricorda: "Per prime le rive costeggiano della terra circea, dove la ricca figlia del sole i boschi inviolati fa risuonar del suo canto perpetuo".

I boschi inaccessibili di cui parla Virgilio sono quelli del Circeo, ma è lecito estendere la descrizione a tutto il golfo di Gaeta. La terra aurunca, nel primo secolo avanti Cristo, si presenta, dunque, con l'incanto della sua fitta vegetazione, delle superbe leccete, del verde intrico degli arbusti di alaterno, lentisco, mirto, ginepro. Intorno ai centri abitati, il bosco inviolato è sostituito dal giardino "mediterra­neo", dai vigneti, dagli uliveti. Il primo, però, prevale senz'altro sul secondo, in particolare a Gaeta, dove la popolazione non è certo numerosa.

La città è essenzialmente il porto di Formia. In posizione periferica rispetto alla via Appia, il territorio gaetano è usato dai patrizi e cava­lieri romani per le attività portuali, la piscicultura e la villeggiatura. Con molta probabilità, il nucleo abitato ed il porto sono situati lungo il mare che bagna il lembo nordorientale del promontorio che ad ovest è denominato Monte Orlando. Intorno al nucleo abitato, il giar­dino "mediterraneo" copre sicuramente tutta l'area dell'attuale cen­tro storico Sant'Erasmo e lascia poi il terreno alle macchie di lentisco e di mirto, ai cespugli di euforbia, all'intrico di leccio e caprifoglio. Sopra il mare, in mezzo alla macchia, sembra vi fosse la villa di Planco, legato di Cesare in Gallia ed uno dei protagonisti delle guer­re civili della fine della repubblica romana. Essa viene localizzata in prossimità del santuario della Montagna Spaccata, dove attualmente restano cinque cisterne di epoca romana. In cima al colle, Planco fa costruire anche il suo sepolcro, un mausoleo circolare con quattro celle radiali, nel complesso ancora ben conservato.

Nell'alto medioevo, nel processo di disgregazione del ducato di Napoli e del "tema" di Siracusa, nel sistema dei possedimenti bizanti­ni in Italia, Gaeta acquista autonomia politica e uno specifico ruolo economico.

Dal VI al XII secolo, il nucleo originario della città, arroccato intorno all'attuale rione di Santa Lucia, si espande in direzione di Monte Orlando e copre l'area compresa tra punta Stendardo e il castello angioino-aragonese. Fra il IX e X secolo Gaeta è una grande fortezza a protezione di una popolazione prevalentemente formata di proprietari terrieri. Lo sviluppo urbano, l'incremento demografico e la composi­zione sociale in evoluzione causano ampie modificazioni del paesaggio Fino all'età comunale, il paesaggio prevalente in Italia è quello dei boschi e dei pascoli, che si diffondono a danno delle colture cereali­cole e di quelle dei campi chiusi. Questi ultimi, però, non smettono mai di avere una loro presenza nell'ambito del territorio suburbano e nell'età della rinascita comunale si irradiano di nuovo per il contado. Dall'XI al XIII secolo, infatti, dissodamenti e bonifiche, collettive e individuali, organizzate attorno a castelli o monasteri, riscrivono il paesaggio.

Nel territorio del ducato di Gaeta questo processo avviene forse in anticipo: intorno all'VIII secolo si ha un primo insediamento fortifi­cato nella parte orientale del colle dei Cappuccini (il Castello). Nel corso del X secolo il territorio del ducato di Gaeta si va articolan­do in distretti e, intorno all'XI secolo, si hanno signorie minori arroccate in castelli attorno ai quali gravita la popolazione rurale. La città si specializza nelle attività commerciali e la maggior parte delle attività agricole si disloca in direzione dei borghi. La tendenza si fa più marcata durante i regni normanno-svevo ed angioino. Appena fuori le mura, si hanno nuovi insediamenti urbani; si espande il borgo di S. Cosma; si costruiscono il convento cistercense di Arzano (1295 circa) e quello francescano di S. Agata (XIV secolo). La città, da parte sua, si avvicina alle pendici di Monte Orlando, verso il quale, certamente, si sposta il giardino "mediterraneo", che nel perimetro urbano fa posto alle nuove fabbriche. Queste non sono, comunque, così fitte da cancellare ogni traccia del giardino 'mediter­raneo", del quale troviamo chiari esempi nel testamento di Docibile I (febbraio 906).

Il duca dona alla chiesa di San Michele Arcangelo "la vigna confinan­te con l'orto dalla parte di San Teodoro" (vicino all'attuale castello);

alle figlie Euphimia e Megalu un terreno "sopra la chiesa di Santa Irene" (lungo la salita Colonna) e confinante con "l'orto degli eredi di Adeodato".

Fuori le mura, i vigneti, gli orti e i frutteti si distendono e occupano i vicini declivi nordorientale e sudorientale di Monte Orlando. Il restante settore sudorientale e quello nordoccidentale, probabilmen­te, non subiscono il processo di messa a coltura, che anche nella città e nelle sue immediate vicinanze non è omogeneo e continuo. È quanto si ricava, ad esempio, da un atto dell'aprile del 923 con il quale l'ipata (duca) Giovanni e suo figlio Docibile donano alla chiesa di San Teodoro[1] "la cala cotornicaria posta accanto alla casupola", cioè un terreno per l'uccellagione delle quaglie. I pendii verso il "mare esterno" sono forse usati per l'uccellagione, che a quei tempi è essenziale attività produttiva, e per l'allevamento brado dei suini, che specialmente nell'alto medioevo assicura le risorse alimentari di grasso, non più fornite dalla decaduta coltura dell'olivo. Da un con­tratto d'affitto dell'855 abbiamo notizia dell'uso dei maiali come fonte di grasso: il vescovo di Formia e Gaeta Costantino concede in locazione un casale, fissando come canone, oltre ad una certa quan­tità di grano, tre porci per fare il lardo, da consegnare al tempo delle ghiande[2].

Che una parte del monte sia incolta è solo una supposizione, anche se verosimile. Non si può escludere la coesistenza di vigneto e lecceto, di giardino e vegetazione arbustiva. D'altronde, contiguità di campi e di terreni incolti, di frutteti e di boschi è una caratteristica costante del paesaggio medievale, tanto che essa, negli atti e nei con­tratti, diviene formula giuridica stereotipata. Citando a caso dal Codex Diplomaticus Cajetanus: nel maggio 851, Mercurio, console di Traetto, affitta a Bono una porzione di terra presso Vico Paniano, nei pressi di Itri, "con campi, boschi, monti, valli, macere, pendici, torrenti, pascoli, cisterne, alberi fruttiferi e infruttiferi". E Docibile II, nel maggio del 954, lascia ai quattro figli maschi il possedimento vicino al torrente Aracleto, nei pressi di Castellonorato, "con la vigna, gli alberi fruttiferi e infruttiferi, i campi, le selve". Inoltre lascia ai figli Marino, Gregorio e Leone "una vigna in Cuostolo con ogni suo albero e frutto e un campo, in parte coltivato, in parte incolto".

È certo, comunque, che dove il declivo è dolce, cioè lungo il "mare interno" e l'istmo di Montesecco, Monte Orlando è messo a coltura più o meno regolarmente. Da un documento del 964[3], ad esempio, abbiamo notizia della presenza di vigne: il duca Giovanni II (933-962) ha donato a Pietro, rettore della chiesa del "beato Michele Arcangelo", due moggi di terra nei quali il sacerdote ha delle viti. E lungo tutto il versante, dal IX al XIII secolo, sorgono chiese e mona­steri. Nell'area degli ex stabilimenti militari di pena, viene costruita prima la chiesa[4] (IX secolo) e poi il monastero (X secolo) di S. Angelo in Planciano[5]. Sull'estremo lembo occidentale viene edificato il monastero della SS. Trinità (XI secolo).

Nelle vicinanze della città vengono costruiti San Giacomo degli Spagnoli (intorno al 1000), oggi Madonna dell'Olivo, chiesa e piccolo monastero; San Leonardo e San Giovanni di Malta (intorno al 1225), due piccoli ospedali con annesse cappelline situati nell'attuale piazza Conca. Poco oltre sono edificati Santa Scolastica (anteriore al 1000), cella benedettina, la chiesa e il convento di San Francesco (intorno al 1225), la chiesa e l'orfanotrofio dell'Annunziata (1320). Difronte al castello fu costruita la grangia di San Martino (XIV secolo). Nel XIV e XV secolo, lungo le pendici nordorientali di Monte Orlando è pre­sente un nuovo e consolidato insediamento urbano, il "Burgo Costa in mersa", a monte vi sono gli appezzamenti chiusi del giardino "mediterraneo".

Non abbiamo documenti iconografici che permettano una verifica della ricostruzione del paesaggio, basata essenzialmente sui dati dello sviluppo urbano e sulle caratteristiche generali della sistema­zione del territorio. L'unica icona è data dal quadro XXIV della vita di Sant'Erasmo scolpita sulla colonna del cero pasquale, risalente al XIII secolo, conservata nel duomo della città. Essa però non ci da alcuna indicazione particolare sul paesaggio di Monte Orlando. A dif­ferenza del mare, che è reso con le onde, il colle è raffigurato senza alcun particolare, senza accenno alcuno di vegetazione, solo con i suoi contorni e la sagoma del mausoleo Planco Se diamo credito alla rappresentazione, Monte Orlando nel versante rivolto al "mare inter­no" appare fortificato; ma non si nota il gioco di pieni e vuoti usato per descrivere l'assiepato tessuto urbano di Gaeta.

Sul paesaggio medievale di Gaeta abbiamo un significativo quanto generalissimo giudizio estetico del Boccaccio, il quale intorno al 1350 scrive: "credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte d'Italia". Al 1403 risale, invece, una descrizione di Gaeta fatta da un ambasciatore del re Enrico III di Castiglia. L'ambasciatore Ruy Gonzalez De Clavijo dice che in Gaeta "vi è un porto bellissimo circondato da alte cime, con un ingresso angusto e l'interno più ampio. Vi sono castelli, case bellissime e molti orti". Monte Orlando gli appare come "un alto colle sulla cui cima vi è una torre che somiglia ad un grande osservatorio". Subito dopo, il De Clavijo osserva: "dicono che l'abbia fatta Rolando, infatti la chiamano la torre di Rolando. Poco oltre ritorna a parlare di Monte Orlando e lo definisce "la sentinella della città". L'ambasciatore spagnolo si sof­ferma anche sul borgo fuori le mura: "dopo la cinta della città, ne inizia un'altra parallela al mare per un tratto molto lungo. Essa rac­chiude un alto colle ricco di vigneti, orti e oliveti, e circondato da due parti dal mare. Tra questo colle e la cinta che costeggia il mare corre una via ricca di case e negozi. In questa via vi è una chiesa chiamata Santa Maria l'Annunziata, molto cara ai fedeli che la fre­quentano con grande devozione, e davanti a questa un'altra, la chiesa
di Sant'Antonio, anch'essa molto cara ai fedeli, e a monte della chie­
sa di Santa Maria c'è un bel monastero di San Francesco. Appena ter­minata questa via, la cinta sale l'erta e va fino al mare, circondando in tal modo tutto il colle".

Il diplomatico iberico descrive poi là Montagna Spaccata e raffigura in un solo quadro Montesecco, Serapo, San Cosma e la costa fino a Formia: "alla fine, dove le mura che circondano questi colli si con­ giungono, c'è una chiesa chiamata Trinità, e vicino ci sono case incastellate e alcune torri... All'interno, questa cinta è ricca di molti begli orti, case, terrazze, di molti aranceti, limoneti, cedreti, vigneti, oliveti, che sono bellissimi a vedersi. Fuori della cinta, vicino al mare, corre una via con case e palazzi bellissimi, orti e molti corsi d'acqua che si buttano nel porto. Questa via, che attraversa zone così popolose, va fino al luogo chiamato Mola, che dista dalla città
due leghe".

Pur con le imprecisioni facilmente rilevabili, la descrizione del De Clavijo conferma quanto siamo venuti dicendo: la costiera appare all'occhio forestiero come un bellissimo giardino "mediterraneo". Monte Orlando, dalla città alla Trinità, partecipa in parte di questa sistemazione colturale.

In un'Italia, come dice Machiavelli ne // principe, "sanza ordine, bat­tuta, spogliata, lacera, corsa...", luogo dei conflitti e delle guerre tra spagnoli e francesi, la "sentinella della città" viene fortificata. Iniziate da Ferdinando il Cattolico, le opere di fortificazione vengono prose­guite da Carlo V d'Asburgo e terminate nel terzo decennio del 1500. A seguito di queste opere, Gaeta, cioè l'attuale quartiere Sant'Erasmo, diventa una "fortezza abitata", e per la sua posizione, nel corso dei secoli XVIII e XIX, subisce un assedio ad ogni cambia­mento di regime nel napoletano.

Per uno strano gioco della storia, l'oasi verde di Monte Orlando, curiosamente compresa tra la città vecchia e la nuova, deve la sua esistenza al caratteristico ruolo militare assunto da Gaeta nell'epoca moderna, ruolo che fa ancora pesare, anche se in aree limitate, i suoi vincoli. Quasi tutte le attività economiche, infatti, vengono spostate nel Borgo (la parte della città fuori le mura), che aumenta in popola­zione ed estensione, mentre Gaeta rimane racchiusa nel suo perime­tro cinquecentesco.

Sono significativi, a tal fine, i dati demografici. Nel 1459 Gaeta ha 4635 abitanti, il Borgo 860. Nel 1735 il Borgo, con i suoi 5196 abi­tanti, supera Gaeta, che ne ha 3030. Nel 1901 Gaeta ha 5625 abitanti, Elena, cioè il Borgo, 11.169 (Gaeta ed Elena sono comuni distinti dal 1897 al 1927). Nel 1981 Gaeta S. Erasmo ha 2194 abitanti. Stazionaria nel Settecento e nell'Ottocento, la popolazione di Gaeta, negli ultimi ottanta anni, è andata oscillando, con una tendenza, spiccata nel secondo dopoguerra, alla diminuzione. Dal 1500 ad oggi, pertanto, Monte Orlando, sarà interessato quasi esclusivamente da opere di ingegneria militare. Una notevole modifi­cazione del paesaggio è causata dalla spianata, per esigenze militari, della prospiciente collina di Montesecco. Incominciano gli austriaci nel 1715, proseguono i francesi nel 1806 e terminano i Borboni nel 1850 circa.

Gli austriaci tra il 1715 ed il 1720 aprono una strada che collega il Castello con il sistema nordoccidentale delle fortificazioni, seguendo il tracciato oggi definito da via Angioina, via della Breccia e via della Trinità. Durante il regno di Carlo III di Borbone, tra il 1742 ed il 1744, lungo le pendici occidentali di Monte Orlando vengono costruite nuove fortificazioni sotto le mura di Carlo V, le cosiddette opere staccate, da cui il toponimo dialettale del luogo: gliu Staccai.

Regnando Ferdinando IV di Borbone, secondo Gaetani d'Aragona, vengono costruite le batterie Regina, Breccia, Dente di Sega, Trinità, Transilvania. La prima è a 80 metri di quota, più indietro rispetto alla cinta cinquecentesca, dove invece sono sistemate le altre.

La batteria Regina è forse solo ampliata, essa, infatti, sembra già indicata sulla pianta planimetrica elaborata da G. Ottone di Berger nel 1753. Lungo il fronte di mare esterno vengono costruite anche quattro polveriere: Torre d'Orlando, Carolina, Ferdinando (sulla cor­nice di una finestra del lato mare è incisa la data 1765), Trabacco. Esse, secondo Gaetani D'Aragona, avevano una capienza di 27 mila quintali di polvere. Lo stesso autore, rifacendosi alla tradizione orale, afferma che una di queste polveriere, il 19 settembre 1760, salta in aria con i suoi 1735 quintali di polvere.

Intorno al 1850, Ferdinando II di Borbone, nel settore di Monte Orlando, prolunga la batteria Regina, rafforza le batterie Trabacco e Malpasso, edifica delle casematte ed un ospedaletto alla Trinità. L'ultima serie di batterie è costruita, dopo l'unità d'Italia, intorno al mausoleo Planco.

Tra il 1750 ed il 1855, per collegare i vari punti del sistema difensivo, vengono costruite diverse vie che attraversano Monte Orlando. Osservando la tavola settima riportata in G. Quandel, Lavori del Genio Napoletano, notiamo via della Trinità, via S. Francesco, due rami stradali che vanno dalla batteria S. Andrea alla batteria Regina; una via che dal lato ovest della Regina conduce alle polveriere, un'al­tra che dalla Regina conduce al mausoleo Planco e alle polveriere; un'altra ancora che dal Castello, costeggiando la grangia di San Martino, conduce al mausoleo Planco; infine una che conduce dalle polveriere alla Trinità. Ad eccezione della via costruita dagli austria­ci, le rimanenti risalgono ai regni di Carlo III e Ferdinando IV.

Nel seguire la costruzione delle diverse opere militari sono stati tra­lasciati volutamente gli altri aspetti del paesaggio di Monte Orlando, in particolare l'estensione della messa a coltura delle sue pendici. Consideriamo ora brevemente l'estensione del giardino "mediterra­neo". In un dipinto di Didier Barra, risalente al XVII secolo, sono chiaramente riportati i muri di recinzione di diversi giardini situati tra la grangia di San Martino e il monastero di S. Angelo in Planciano. Queste recinzioni, di forma per lo più rettangolare, alla base del colle sono strette, ma si allargano man mano che si sale verso il mausoleo Planco. Nella citata pianta del Berger (1753) il trat­teggio raffigurante il giardino "mediterraneo" si estende fino a mezza costa, dal Castello alla batteria Regina. Nell'area compresa tra il Castello e San Francesco i giardini arrivano fin sotto il mausoleo Planco; anche dietro la batteria Regina appaiono due appezzamenti rettangolari.

In una incisione di G. Morghen del 1810, l'estensione del giardino "mediterraneo" appare ridotta. Un muro di recinzione, che sale tra San Francesco e S. Angelo in Planciano e a mezza costa piega verso il mare esterno, delimita quest'area. In una pianta della fortezza risa­lente al 1825-30, i giardini hanno pressappoco la stessa estensione che si vede nell'incisione del Morghen. Il muro occidentale di recin­zione dell'area coltivata racchiude al suo interno una larga fascia incolta, che rappresenta la regressione del giardino. Compaiono però nuovamente gli appezzamenti dietro la batteria Regina. In questa pianta gli appezzamenti appaiono disposti secondo un rigoroso ordine geometrico e si presentano come una regolare successione di rettangoli. Nella citata pianta del Quandel (1862) non esiste un tratteggio particolare per raffigurare i giardini, sono però riportati i muri di recinzione, che non si discostano dal disegno delle altre piante. Questa estensione del giardino "mediterraneo" si conserva fino ai giorni nostri senza grandi variazioni. Se anteriormente al XVII secolo siamo costretti ad "immaginare" l'e­stensione della macchia mediterranea, dal 1600 possiamo vedere che essa si estende, anche se con alcune oscillazioni, lungo tutto il fronte sudorientale e nordoccidentale e, intorno alla sommità del colle, si insinua anche nel versante nordorientale.

Anche in epoca moderna, come nel medioevo, nelle zone incolte spesso è praticato il pascolo. Tale uso è riconosciuto dagli Statuti della città del 1553. Nel libro II capitolo CXXVII vi si legge: "Di Antiqua consuetudine di ditta Città, tutti Citadini, o habitanti in Gaeta, e suo destritto, possano tenere a pascere nel selvatico del monte della guardia di Gaeta cavalli, giumente, muli, asini masculi, e femine; quali si tengono per uso et exercitio di Citadini, et habi­tanti in Gaeta... Et similmente ci possano pascere ut supra, le bestie delli bucceri[6], quelle che sono in breve da bucciariare in Gaeta". Monte della Guardia è un altro toponimo usato per denominare Monte Orlando.

Nonostante l'estendersi delle opere militari, anche in epoca borboni­ca il pascolo era tollerato, anzi la Direzione Reale del Genio di Gaeta affittava gli erbaggi a proprio vantaggio. Di questo si lamenta il comune di Gaeta in una lettera del 1816 al ministro dell'Interno, il quale, nella lettera di risposta del 9 agosto, riconosce che "Monte Orlando, mentre fa parte della Piazza... da il comodo del pascolo agli animali degli abitanti".

Intorno al 1850, sul giardino e sulla macchia, oltre che con la spro­porzionata chiesa di San Francesco, Ferdinando II interviene con un esteso rimboschimento. Esso viene descritto e giustificato dal Guarinelli, direttore dei lavori eseguiti nella fortezza, nei seguenti termini: "Per avere l'esperienza dimostrato quanto utile sia ad una piazza da guerra il possedere entro il recinto delle sue fortificazioni degli alberi da costruzione, tanto necessari pei vari lavori di difesa; fu perciò d'ordine sovrano disposto che per le cure del Genio si rendes­se a coltura tutto il terreno limitrofo al gran Quartiere di S. Angelo, ossia sul monte detto di Orlando... costituendone una pubblica Villa per comodo e diletto degli abitanti di Gaeta, non che della Guarnigione, e più che tutta la porzione montuosa del promontorio circoscritto verso settentrione dalle Fortificazioni della Piazza fosse rimboschito, eseguendovi una gran piantagione di alberi, da doversi tale pratica estendere altresì lungo gli spalti, sui margini delle strade, nonché in tutti quei terreni nell'ambito della città che addirsi potrebbero a tale uso. Sino ad oggi contansi ben 40 mila alberi silva­ni già piantati e che prosperano felicemente; oltre ad un gran numero di altri alberi a frutto dolce di specie diversa, di viti, e pian­te odorifere, che decorano quella pubblica Villa già ridotta ad ameno e delizioso giardino inglese".

Questo rimboschimento è il primo, di cui si hanno notizie certe, ad interessare l'area di Monte Orlando, ed è effettuato, secondo quanto dice il Guarinelli, per esigenze prevalentemente militari. Per la gran parte, gli alberi piantati non sono quelli della macchia mediterranea, bensì di altri ambienti. Sul numero delle piante e sull'area interessa­ta, poiché il Guarinelli, a detta di molti studiosi, ha tratto profitto personale dalle opere pubbliche eseguite, e perciò può aver gonfiato le cifre, dobbiamo essere cauti.

Per i successivi decenni non si conoscono interventi di rimboschi­mento, anche se la potenza di fuoco abbattutasi sulla fortezza di Gaeta durante l'assedio del 1860-61 (circa 60 mila proiettili) e gli oltre due­mila cavalli e muli delle forze borboniche che pascolavano sul Monte Orlando hanno arrecato notevoli danni alla vegetazione. Sempre durante quell'assedio, nel settore ovest di Monte Orlando, il 13 feb­braio 1861, salta in aria la batteria Transilvania, nella quale si custodi­vano 180 quintali di polvere e una grande quantità di proiettili.

Nei primi decenni di questo secolo, nel settore nordorientale di Monte Orlando vengono costruite le ultime opere militari di rilievo: i serbatoi in ferro e cemento armato adibiti a deposito di nafta per le navi della marina militare e lo stabilimento grafico militare. Le ulti­me azioni di guerra risalgono invece al settembre del 1943, quando i tedeschi fanno saltare in aria il 1° reclusorio militare. Nel dopoguerra, gli anni cinquanta producono l'inutile strada Planco che da via Firenze conduce al mausoleo romano. Durante la sua costruzione vengono distrutte le fortificazioni di Carlo III e parte della batteria Philippstadt.

Negli stessi anni, ad una decina di metri dalla falesia e dalle mura di Carlo V, vengono edificati gli alberghi Serapo e Mirasole, ampliati poi negli anni settanta.

Nonostante il vincolo paesistico, negli anni successivi, a monte delle officine grafiche militari, quasi sotto il mausoleo Planco, vengono costruite alcune ville, ben visibili da Piazza Caboto.

 



[1]  Nel sito dove ora sta il castello angioino-aragonese.

 

[2] Codex Diplomaticus Cajetanus, documento 9: "et quando tempus fueri de glande dare
nobis porci utiles lardari tre"

 

[3] Codex Diplomaticus Cajetanus, documento 66:"iuxta ipsa amba modia de terra quod
bobis domno iohanni fratri nostro antea dedit ubi modo vineam abeatis!

 

[4] È la chiesa del documento appena citato.

 

[5] Le prime notizie di questo monastero si trovano nel documento 91 del Codex Diplomaticus Cajetanus risalente al 994, che parla di un "monastero di San Michele Arcangelo nella predetta città, sul monte','e nel documento 96 del 998, che parla di un "cenobio di San Michele Arcangelo''Nel documento 90 del 993 si parla ancora della chie­sa di Sant'Angelo in Plancian  appartenente al monastero di SanTeodoro.

 

[6]   Bucceri e bucciariare sono evidenti francesismi. In francese macellaio si dice boucher, macelleria e macello boucherie.

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