
LA STORIA
L'Appennino — di cui
Monte Orlando è una delle estreme propaggini — dice Pasolini, nell'omonimo
componimento, appare "assorto sotto le chiuse palpebre, all'alone del mare di
Gaeta".
I versi
richiamano alla mente l'immagine di montagne indifese sulle quali la storia ha
lasciato le sue tracce. Non è facile, però, tracciare una storia, anche sommaria, degli
interventi umani e delle conseguenti
modificazioni apportate alla natura e al paesaggio di Monte Orlando.
Nei primi decenni
del XIX secolo, il circondario di Gaeta appare ancora selvaggio e luogo ideale per gli
agguati briganteschi, tanto che Stendhal
non dimentica di annotare che, per evitare gli agguati, tra Mola di Gaeta, oggi Formia, e Terracina
esiste un collegamento marittimo.
Selvatichezza antica. Virgilio ricorda: "Per prime le rive costeggiano della
terra circea, dove la ricca figlia del sole i boschi inviolati fa risuonar del suo canto perpetuo".
I boschi
inaccessibili di cui parla Virgilio sono quelli del Circeo, ma è lecito estendere la
descrizione a tutto il golfo di Gaeta. La terra aurunca, nel primo secolo
avanti Cristo, si presenta, dunque, con l'incanto della sua fitta vegetazione, delle
superbe leccete, del verde intrico
degli arbusti di alaterno, lentisco, mirto, ginepro. Intorno ai centri abitati, il bosco inviolato è sostituito
dal giardino "mediterraneo", dai vigneti, dagli uliveti. Il primo,
però, prevale senz'altro sul secondo, in particolare a Gaeta, dove la
popolazione non è certo numerosa.
La città è
essenzialmente il porto di Formia. In posizione periferica rispetto alla via
Appia, il territorio gaetano è usato dai patrizi e cavalieri romani per le
attività portuali, la piscicultura e la villeggiatura. Con molta probabilità,
il nucleo abitato ed il porto sono situati lungo il mare che bagna il lembo
nordorientale del promontorio che ad ovest è denominato Monte Orlando. Intorno al
nucleo abitato, il giardino
"mediterraneo" copre sicuramente tutta l'area dell'attuale centro storico Sant'Erasmo e lascia poi il terreno
alle macchie di lentisco e di mirto,
ai cespugli di euforbia, all'intrico di leccio e caprifoglio. Sopra il
mare, in mezzo alla macchia, sembra vi fosse la villa di Planco, legato di Cesare in Gallia ed uno dei
protagonisti delle guerre civili
della fine della repubblica romana. Essa viene localizzata in prossimità del santuario della Montagna Spaccata,
dove attualmente restano cinque cisterne di epoca romana. In cima al colle,
Planco fa costruire anche il suo sepolcro, un mausoleo circolare con
quattro celle radiali, nel complesso ancora
ben conservato.
Nell'alto medioevo,
nel processo di disgregazione del ducato di Napoli e del "tema" di Siracusa,
nel sistema dei possedimenti bizantini in Italia, Gaeta acquista autonomia
politica e uno specifico ruolo economico.
Dal VI al XII secolo, il nucleo originario della città, arroccato
intorno all'attuale
rione di Santa Lucia, si espande in direzione di Monte Orlando e copre l'area
compresa tra punta Stendardo e il castello angioino-aragonese. Fra il IX e X secolo Gaeta è una
grande fortezza a protezione di una popolazione prevalentemente formata di proprietari terrieri. Lo
sviluppo urbano, l'incremento demografico e la composizione sociale in
evoluzione causano ampie modificazioni del paesaggio Fino all'età
comunale, il paesaggio prevalente in Italia è quello dei boschi e dei
pascoli, che si diffondono a danno delle colture cerealicole e di quelle dei
campi chiusi. Questi ultimi, però, non smettono mai di avere una loro presenza
nell'ambito del territorio suburbano e nell'età della rinascita comunale si
irradiano di nuovo per il contado. Dall'XI al XIII secolo, infatti, dissodamenti e bonifiche, collettive e individuali,
organizzate attorno a castelli o monasteri, riscrivono il paesaggio.
Nel territorio del
ducato di Gaeta questo processo avviene forse in anticipo: intorno all'VIII secolo si
ha un primo insediamento fortificato nella parte orientale del colle dei
Cappuccini (il Castello). Nel corso del X secolo
il territorio del ducato di Gaeta si va articolando in distretti e,
intorno all'XI secolo, si hanno signorie minori arroccate in castelli attorno ai quali
gravita la popolazione rurale. La città si specializza nelle attività
commerciali e la maggior parte delle attività agricole si disloca in direzione
dei borghi. La tendenza si fa più
marcata durante i regni normanno-svevo ed angioino. Appena fuori le mura, si hanno nuovi insediamenti urbani;
si espande il borgo di S. Cosma; si
costruiscono il convento cistercense di Arzano (1295 circa) e quello francescano di S. Agata (XIV secolo). La città, da parte sua, si avvicina alle
pendici di Monte Orlando, verso il quale, certamente, si sposta il giardino
"mediterraneo", che nel perimetro urbano fa posto alle nuove fabbriche. Queste non sono, comunque, così fitte da cancellare ogni traccia
del giardino 'mediterraneo",
del quale troviamo chiari esempi nel testamento di Docibile I (febbraio 906).
Il duca dona alla
chiesa di San Michele Arcangelo "la vigna confinante con l'orto dalla
parte di San Teodoro" (vicino all'attuale castello);
alle figlie Euphimia
e Megalu un terreno "sopra la chiesa di Santa Irene" (lungo la salita Colonna) e
confinante con "l'orto degli eredi di
Adeodato".
Fuori le mura, i vigneti, gli orti e i
frutteti si distendono e occupano i vicini declivi nordorientale e sudorientale
di Monte Orlando. Il restante settore
sudorientale e quello nordoccidentale, probabilmente, non subiscono il processo di messa a coltura,
che anche nella città e nelle sue
immediate vicinanze non è omogeneo e continuo. È quanto si ricava, ad esempio, da un atto dell'aprile del 923 con il quale l'ipata (duca) Giovanni e suo figlio
Docibile donano alla chiesa di San
Teodoro[1]
"la cala cotornicaria posta accanto alla casupola", cioè un terreno per l'uccellagione delle quaglie. I pendii
verso il "mare
esterno" sono forse usati per l'uccellagione, che a quei tempi è essenziale attività
produttiva, e per l'allevamento brado dei suini, che specialmente nell'alto
medioevo assicura le risorse alimentari di grasso, non più fornite dalla decaduta
coltura dell'olivo. Da un contratto d'affitto dell'855 abbiamo notizia dell'uso dei
maiali come fonte di grasso: il vescovo di Formia e Gaeta Costantino concede in locazione un casale,
fissando come canone, oltre ad una certa quantità di grano, tre porci per fare
il lardo, da consegnare al tempo delle ghiande[2].
Che una parte del monte sia incolta è solo
una supposizione, anche se verosimile. Non
si può escludere la coesistenza di vigneto e lecceto, di giardino e vegetazione arbustiva.
D'altronde, contiguità di campi e di
terreni incolti, di frutteti e di boschi è una caratteristica costante del paesaggio medievale, tanto che essa,
negli atti e nei contratti, diviene
formula giuridica stereotipata. Citando a caso dal Codex Diplomaticus Cajetanus: nel maggio 851, Mercurio, console di Traetto, affitta a Bono una porzione di terra
presso Vico Paniano, nei pressi di Itri, "con campi, boschi, monti,
valli, macere, pendici, torrenti, pascoli, cisterne, alberi
fruttiferi e infruttiferi". E Docibile II, nel maggio del 954, lascia ai quattro figli maschi il possedimento vicino al torrente
Aracleto, nei pressi di Castellonorato, "con la vigna, gli alberi
fruttiferi e infruttiferi, i campi, le selve". Inoltre lascia ai figli
Marino, Gregorio e Leone "una vigna in Cuostolo con ogni suo albero e
frutto e un campo, in parte coltivato, in parte incolto".
È certo, comunque,
che dove il declivo è dolce, cioè lungo il "mare interno" e
l'istmo di Montesecco, Monte Orlando è messo a coltura più o meno
regolarmente. Da un documento del 964[3],
ad esempio, abbiamo notizia della presenza di vigne: il duca Giovanni II (933-962) ha donato a Pietro, rettore della chiesa del
"beato Michele Arcangelo", due moggi di terra nei quali il
sacerdote ha delle viti. E lungo tutto il versante, dal IX al XIII secolo, sorgono
chiese e monasteri. Nell'area degli ex stabilimenti militari di pena, viene costruita
prima
la chiesa[4]
(IX secolo) e poi il monastero (X secolo) di S. Angelo in Planciano[5].
Sull'estremo lembo occidentale viene edificato il monastero della SS.
Trinità (XI secolo).
Nelle vicinanze della
città vengono costruiti San Giacomo degli Spagnoli (intorno al 1000), oggi Madonna
dell'Olivo, chiesa e piccolo monastero; San Leonardo e San Giovanni di Malta (intorno
al 1225), due piccoli ospedali con annesse cappelline situati nell'attuale
piazza Conca. Poco oltre sono edificati Santa Scolastica (anteriore al 1000), cella benedettina, la chiesa e il convento
di San Francesco (intorno al 1225), la
chiesa e l'orfanotrofio dell'Annunziata (1320). Difronte al castello fu
costruita la grangia di San Martino (XIV secolo). Nel XIV e XV secolo, lungo le pendici nordorientali di Monte Orlando
è presente
un nuovo e consolidato insediamento urbano, il "Burgo Costa in mersa", a
monte vi sono gli appezzamenti chiusi del giardino "mediterraneo".
Non abbiamo documenti
iconografici che permettano una verifica della ricostruzione del paesaggio, basata
essenzialmente sui dati dello sviluppo urbano e sulle caratteristiche generali
della sistemazione del territorio. L'unica icona è data dal quadro XXIV della vita di Sant'Erasmo scolpita sulla colonna del cero
pasquale, risalente al XIII secolo, conservata
nel duomo della città. Essa però non ci da alcuna indicazione particolare sul paesaggio
di Monte Orlando. A differenza del mare, che è reso con le onde, il colle è raffigurato
senza alcun particolare,
senza accenno alcuno di vegetazione, solo con i suoi contorni e la sagoma del mausoleo Planco Se diamo credito alla rappresentazione,
Monte Orlando nel versante rivolto al "mare interno" appare fortificato; ma non
si nota il gioco di pieni e vuoti usato per descrivere l'assiepato tessuto urbano di Gaeta.
Sul paesaggio
medievale di Gaeta abbiamo un significativo quanto generalissimo
giudizio estetico del Boccaccio, il quale intorno al 1350 scrive:
"credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più dilettevole parte
d'Italia". Al 1403 risale, invece, una descrizione di Gaeta fatta da un
ambasciatore del re Enrico III di Castiglia. L'ambasciatore Ruy Gonzalez De Clavijo
dice che in Gaeta "vi è un porto bellissimo circondato da alte cime,
con un ingresso angusto e l'interno più ampio. Vi sono castelli, case
bellissime e molti orti". Monte Orlando gli appare come "un alto
colle sulla cui cima vi è una torre che somiglia ad un grande osservatorio".
Subito dopo, il De Clavijo osserva: "dicono che l'abbia fatta Rolando, infatti la
chiamano la
torre di Rolando. Poco oltre ritorna a parlare di Monte Orlando e lo definisce
"la sentinella della città". L'ambasciatore spagnolo si sofferma anche sul borgo fuori le mura:
"dopo la cinta della città, ne inizia
un'altra parallela al mare per un tratto molto lungo. Essa racchiude un alto colle ricco di vigneti, orti e
oliveti, e circondato da due parti dal mare. Tra questo colle e la
cinta che costeggia il mare corre una via
ricca di case e negozi. In questa via vi è una chiesa chiamata Santa
Maria l'Annunziata, molto cara ai fedeli che la frequentano con grande devozione, e davanti a questa un'altra, la chiesa
di Sant'Antonio, anch'essa molto cara ai fedeli, e a monte della chiesa di Santa Maria c'è un bel monastero di San
Francesco. Appena terminata questa via, la cinta sale l'erta e va fino
al mare, circondando in tal modo tutto il
colle".
Il diplomatico
iberico descrive poi là Montagna Spaccata e raffigura in un solo quadro Montesecco, Serapo, San Cosma e la costa
fino a Formia: "alla fine, dove le mura che circondano questi colli si con
giungono, c'è una chiesa chiamata Trinità, e
vicino ci sono case incastellate e alcune torri... All'interno, questa
cinta è ricca di molti begli orti, case,
terrazze, di molti aranceti, limoneti, cedreti, vigneti, oliveti, che sono bellissimi a vedersi. Fuori
della cinta, vicino al mare, corre
una via con case e palazzi bellissimi, orti e molti corsi d'acqua che si buttano nel porto. Questa via, che
attraversa zone così popolose, va fino al luogo chiamato Mola, che dista
dalla città
due leghe".
Pur con le
imprecisioni facilmente rilevabili, la descrizione del De Clavijo conferma
quanto siamo venuti dicendo: la costiera appare all'occhio forestiero
come un bellissimo giardino "mediterraneo". Monte Orlando, dalla città alla
Trinità, partecipa in parte di questa sistemazione colturale.
In un'Italia, come
dice Machiavelli ne // principe, "sanza ordine, battuta, spogliata,
lacera, corsa...", luogo dei conflitti e delle guerre tra spagnoli e francesi,
la "sentinella della città" viene fortificata. Iniziate da Ferdinando il
Cattolico, le opere di fortificazione vengono proseguite da Carlo V d'Asburgo
e terminate nel terzo decennio del 1500. A seguito di queste opere, Gaeta, cioè
l'attuale quartiere Sant'Erasmo, diventa una "fortezza abitata", e
per la sua posizione, nel corso dei secoli XVIII e XIX, subisce un assedio ad
ogni cambiamento di regime nel napoletano.
Per uno strano gioco
della storia, l'oasi verde di Monte Orlando, curiosamente compresa tra la città
vecchia e la nuova, deve la sua esistenza al caratteristico ruolo militare
assunto da Gaeta nell'epoca moderna, ruolo che fa ancora pesare, anche se in aree
limitate, i suoi vincoli. Quasi tutte le attività economiche, infatti, vengono
spostate nel
Borgo (la parte della città fuori le mura), che aumenta in popolazione ed estensione,
mentre Gaeta rimane racchiusa nel suo perimetro cinquecentesco.
Sono significativi, a
tal fine, i dati demografici. Nel 1459 Gaeta ha 4635 abitanti, il Borgo 860. Nel 1735
il Borgo, con i suoi 5196 abitanti, supera Gaeta, che ne ha 3030. Nel 1901
Gaeta ha 5625 abitanti, Elena, cioè il Borgo, 11.169 (Gaeta ed Elena sono comuni
distinti dal 1897 al 1927). Nel 1981 Gaeta S. Erasmo ha 2194 abitanti. Stazionaria nel
Settecento e nell'Ottocento, la popolazione di Gaeta, negli ultimi ottanta
anni, è andata oscillando, con una tendenza, spiccata nel secondo dopoguerra, alla
diminuzione. Dal 1500 ad
oggi, pertanto, Monte Orlando, sarà interessato quasi esclusivamente da opere di ingegneria militare. Una notevole modificazione del paesaggio è causata dalla spianata,
per esigenze militari, della prospiciente collina di Montesecco. Incominciano
gli austriaci nel 1715, proseguono i
francesi nel 1806 e terminano i Borboni nel 1850 circa.
Gli austriaci tra il
1715 ed il 1720 aprono una strada che collega il Castello con il sistema
nordoccidentale delle fortificazioni, seguendo il tracciato oggi definito da via
Angioina, via della Breccia e via della Trinità. Durante il regno di Carlo III di Borbone, tra il 1742 ed
il 1744, lungo le pendici occidentali di
Monte Orlando vengono costruite nuove
fortificazioni sotto le mura di Carlo V, le
cosiddette opere staccate, da cui il toponimo dialettale del luogo: gliu
Staccai.
Regnando Ferdinando IV di
Borbone, secondo Gaetani d'Aragona, vengono costruite le batterie Regina,
Breccia, Dente di Sega, Trinità, Transilvania. La prima è a 80 metri di quota,
più indietro rispetto alla cinta cinquecentesca, dove invece sono sistemate le
altre.
La batteria Regina è forse solo ampliata,
essa, infatti, sembra già indicata sulla pianta planimetrica elaborata da G.
Ottone di Berger nel 1753. Lungo il fronte
di mare esterno vengono costruite anche quattro polveriere: Torre d'Orlando, Carolina, Ferdinando (sulla cornice di una finestra del lato mare è incisa la
data 1765), Trabacco. Esse, secondo
Gaetani D'Aragona, avevano una capienza di 27 mila quintali di polvere. Lo stesso autore,
rifacendosi alla tradizione orale, afferma
che una di queste polveriere, il 19 settembre 1760, salta in aria con i suoi 1735 quintali di polvere.
Intorno al 1850,
Ferdinando II di Borbone, nel settore di Monte Orlando, prolunga la
batteria Regina, rafforza le batterie Trabacco e Malpasso, edifica delle casematte ed
un ospedaletto alla Trinità. L'ultima serie di batterie è costruita, dopo l'unità
d'Italia, intorno al mausoleo Planco.
Tra il 1750 ed il
1855, per collegare i vari punti del sistema difensivo, vengono costruite
diverse vie che attraversano Monte Orlando. Osservando la tavola settima riportata in G.
Quandel, Lavori del Genio Napoletano, notiamo via della Trinità, via S. Francesco,
due rami
stradali che vanno dalla batteria S. Andrea alla batteria Regina; una via che dal lato
ovest della Regina conduce alle polveriere, un'altra che dalla Regina
conduce al mausoleo Planco e alle polveriere; un'altra ancora che dal Castello,
costeggiando la grangia di San Martino, conduce al mausoleo Planco; infine una che
conduce dalle polveriere alla Trinità. Ad eccezione della via costruita dagli austriaci,
le rimanenti risalgono ai regni di Carlo III e Ferdinando IV.
Nel seguire la
costruzione delle diverse opere militari sono stati tralasciati volutamente
gli altri aspetti del paesaggio di Monte Orlando, in particolare l'estensione della messa a
coltura delle sue pendici. Consideriamo ora
brevemente l'estensione del giardino "mediterraneo". In un dipinto di Didier Barra,
risalente al XVII secolo, sono chiaramente riportati i muri di recinzione
di diversi giardini situati tra la grangia
di San Martino e il monastero di S. Angelo in Planciano. Queste recinzioni, di forma per lo più rettangolare, alla base del colle sono strette, ma si allargano man
mano che si sale verso il mausoleo
Planco. Nella citata pianta del Berger (1753) il tratteggio raffigurante il giardino
"mediterraneo" si estende fino a mezza costa, dal Castello alla batteria Regina. Nell'area compresa tra il
Castello e San Francesco i giardini arrivano fin sotto il mausoleo Planco;
anche dietro la batteria Regina appaiono due appezzamenti rettangolari.
In una incisione di
G. Morghen del 1810, l'estensione del giardino "mediterraneo" appare ridotta. Un muro di
recinzione, che sale tra San Francesco e S.
Angelo in Planciano e a mezza costa piega verso il mare esterno, delimita
quest'area. In una pianta della fortezza risalente al 1825-30, i
giardini hanno pressappoco la stessa estensione che si vede nell'incisione del Morghen. Il muro occidentale di recinzione dell'area coltivata racchiude al suo interno
una larga fascia incolta, che
rappresenta la regressione del giardino. Compaiono però nuovamente gli appezzamenti dietro la batteria
Regina. In questa pianta gli
appezzamenti appaiono disposti secondo un rigoroso ordine geometrico e si presentano come una regolare
successione di rettangoli. Nella
citata pianta del Quandel (1862) non esiste un tratteggio particolare per
raffigurare i giardini, sono però riportati i muri di recinzione, che non si discostano dal disegno delle altre piante.
Questa estensione del giardino "mediterraneo" si conserva fino ai
giorni nostri senza grandi variazioni. Se
anteriormente al XVII secolo siamo
costretti ad "immaginare" l'estensione della macchia mediterranea,
dal 1600 possiamo vedere che essa si estende, anche se con alcune oscillazioni, lungo
tutto il fronte sudorientale e nordoccidentale e, intorno alla sommità del colle, si
insinua anche nel versante nordorientale.
Anche in epoca
moderna, come nel medioevo, nelle zone incolte spesso è praticato il pascolo. Tale uso è riconosciuto
dagli Statuti della città del 1553. Nel
libro II capitolo CXXVII vi
si legge: "Di Antiqua consuetudine di ditta Città, tutti Citadini, o habitanti in
Gaeta, e suo destritto, possano tenere a pascere nel selvatico del monte della guardia
di Gaeta cavalli, giumente, muli, asini masculi, e femine; quali si tengono per
uso et exercitio di Citadini, et habitanti in Gaeta... Et similmente ci
possano pascere ut supra, le bestie delli bucceri[6],
quelle che sono in breve da bucciariare in Gaeta". Monte della Guardia è
un altro toponimo usato per denominare Monte Orlando.
Nonostante
l'estendersi delle opere militari, anche in epoca borbonica il pascolo era
tollerato, anzi la Direzione Reale del Genio di Gaeta affittava gli erbaggi
a proprio vantaggio. Di questo si lamenta il comune di Gaeta in una lettera del
1816 al ministro dell'Interno, il quale, nella lettera di risposta del
9 agosto, riconosce che "Monte Orlando, mentre fa parte della Piazza... da il comodo del pascolo agli animali degli abitanti".
Intorno al 1850, sul
giardino e sulla macchia, oltre che con la sproporzionata chiesa di San Francesco,
Ferdinando II interviene con un esteso
rimboschimento. Esso viene descritto e giustificato dal Guarinelli,
direttore dei lavori eseguiti nella fortezza, nei seguenti termini: "Per
avere l'esperienza dimostrato quanto utile sia ad una piazza da guerra il
possedere entro il recinto delle sue fortificazioni degli alberi da
costruzione, tanto necessari pei vari lavori di difesa; fu perciò d'ordine
sovrano disposto che per le cure del Genio si rendesse a coltura tutto
il terreno limitrofo al gran Quartiere di S. Angelo, ossia sul monte detto
di Orlando... costituendone una pubblica Villa per comodo e diletto degli abitanti di
Gaeta, non che della Guarnigione, e più che tutta la porzione montuosa del
promontorio circoscritto verso settentrione dalle Fortificazioni della Piazza fosse
rimboschito, eseguendovi una gran piantagione di alberi, da doversi tale
pratica estendere altresì lungo gli spalti, sui margini delle strade, nonché in tutti quei
terreni nell'ambito della città che addirsi potrebbero a tale uso. Sino ad oggi contansi
ben 40 mila alberi silvani già piantati e che prosperano felicemente; oltre ad un
gran numero
di altri alberi a frutto dolce di specie diversa, di viti, e piante odorifere, che
decorano quella pubblica Villa già ridotta ad ameno e delizioso giardino
inglese".
Questo
rimboschimento è il primo, di cui si hanno notizie certe, ad interessare l'area di
Monte Orlando, ed è effettuato, secondo quanto dice il Guarinelli, per esigenze
prevalentemente militari. Per la gran parte, gli alberi piantati non sono
quelli della macchia mediterranea, bensì di altri ambienti. Sul numero delle
piante e sull'area interessata, poiché il Guarinelli, a detta di molti studiosi, ha
tratto profitto personale dalle opere pubbliche eseguite, e perciò può aver
gonfiato le
cifre, dobbiamo essere cauti.
Per i successivi
decenni non si conoscono interventi di rimboschimento, anche se la potenza di fuoco
abbattutasi sulla fortezza di Gaeta durante l'assedio del 1860-61 (circa 60 mila
proiettili) e gli oltre duemila cavalli e muli delle forze borboniche che
pascolavano sul Monte Orlando hanno arrecato notevoli danni alla vegetazione.
Sempre durante
quell'assedio, nel settore ovest di Monte Orlando, il 13 febbraio 1861, salta in
aria la batteria Transilvania, nella quale si custodivano 180 quintali di
polvere e una grande quantità di proiettili.
Nei primi decenni di
questo secolo, nel settore nordorientale di Monte Orlando vengono costruite le ultime
opere militari di rilievo: i serbatoi in ferro e cemento armato adibiti a deposito di
nafta per le navi della marina militare e lo stabilimento grafico militare. Le ultime
azioni di guerra risalgono invece al settembre del 1943, quando i tedeschi fanno
saltare in aria il 1° reclusorio militare. Nel dopoguerra, gli anni cinquanta producono
l'inutile strada Planco che da via Firenze conduce al mausoleo romano. Durante la
sua costruzione
vengono distrutte le fortificazioni di Carlo III e parte della batteria
Philippstadt.
Negli stessi anni, ad
una decina di metri dalla falesia e dalle mura di Carlo V, vengono
edificati gli alberghi Serapo e Mirasole, ampliati poi negli anni
settanta.
Nonostante il
vincolo paesistico, negli anni successivi, a monte delle officine grafiche militari, quasi sotto il
mausoleo Planco, vengono costruite alcune
ville, ben visibili da Piazza Caboto.
[1] Nel sito dove ora sta il castello angioino-aragonese.
[2] Codex
Diplomaticus Cajetanus, documento 9: "et quando tempus fueri de glande
dare
nobis porci utiles lardari tre"
[3] Codex Diplomaticus
Cajetanus, documento 66:"iuxta ipsa amba modia de terra quod
bobis domno iohanni fratri nostro antea dedit ubi modo vineam abeatis!
[4] È la
chiesa del documento appena citato.
[5] Le prime
notizie di questo monastero si trovano nel documento 91 del Codex Diplomaticus Cajetanus risalente al 994, che parla di un
"monastero di San Michele Arcangelo nella predetta città, sul
monte','e nel documento 96 del 998, che parla di un "cenobio di San Michele Arcangelo''Nel documento 90 del 993 si
parla ancora della chiesa di Sant'Angelo in Plancian appartenente al
monastero di SanTeodoro.
[6] Bucceri e bucciariare sono evidenti francesismi. In
francese macellaio si dice boucher, macelleria e macello boucherie.