I MONUMENTI

 

 

IL   MAUSOLEO   DI   LUCIO   MUNAZIO   PLANCO

 

Sulla sommità di Monte Orlando troviamo uno dei più significativi esempi dell'architettura funeraria romana della fine del primo secolo avanti Cristo: il mausoleo[1] di Planco.

Lucio Munazio Planco visse nel periodo della decadenza della repub­blica, quando Roma fu sconvolta dalle guerre civili provocate dalle ambizioni personali dei suoi massimi esponenti politici. Fu un periodo torbido e violento. Insieme alla repubblica uscirono di scena molti dei suoi dirigenti: chi perito in modo truce per mano dei suoi nemici, chi suicida: Tolomeo inviò la testa di Pompeo a Cesare; Cesare morì per mano di Bruto e Cassio, morti a loro volta suicidi, come Antonio e Catone il giovane; la testa di Cicerone fu esposta nel Foro di Roma e Fulvia, moglie di Antonio, per dileggio ne punzec­chiò la lingua con uno spillone.

Lucio Munazio Planco, invece, attraversò indenne tutte le vicende della fine della repubblica, stando al momento giusto sempre dalla parte del vincitore, tanto che lo storico Velleio Patercolo (20 a.C.-31 d. C.) lo definisce "traditore per disposizione morbosa".

Planco era nato a Tivoli, nel 90 a. C, da una famiglia di ordine eque­stre forse originaria di Atina. Di lui ci restano testimonianze di diversi autori antichi, tra cui Cesare, Cicerone, Svetonio, Plutarco ed Orazio. Corretta la proposta di riconoscerlo su un rilievo di terra­cotta del III secolo d.C., Planco aveva un corpo tozzo, orecchie a sventola, naso e mento pronunciati. Era ghiotto, tanto da diventare proverbiale, ed amava i piaceri carnali e la mollezza dei costumi tipi­ca di quel periodo: dovendo giudicare chi, tra Antonio e Cleopatra, desse banchetti più sontuosi, assegnò la vittoria a Cleopatra, che bevve una perla, del valore di 70 milioni di sesterzi, sciolta nell'aceto.

Sembra che  sia stato allievo di Cicerone, dal quale imparò l'eloquenza, per cui è ricordato da Seneca, Svetonio e S. Girolamo. Egli fu legato, cioè generale, di Cesare in Gallia e suo costante collaboratore duran­te la guerra civile.

Cesare ricorda che gli affidò il compito di cattura­re gli assassini di Tasgezio, re dei Carnuti, popolo alleato di Roma che viveva lungo il fiume Loira. Durante l'assenza di Cesare da Roma, nel 45 a. C., fu prefetto della città e tra i reggenti dello stato in suo nome. In qualità di monetario di Cesare, con evidenti finalità adulatorie, coniò monete che raffiguravano la Vittoria con i tratti di Calpurnia, la moglie di Cesare. Quest'ultimo, riconoscente, gli con­ferì il titolo di settemviro degli epuloni[2]. Sull'altra faccia della moneta, ai due lati di un vaso sacrificale, sono riportati il nome e il titolo del generale. Morto Cesare, raggiunse la Gallia Cornata126[3], di cui era stato designato governatore, barcamenandosi tra Antonio, generale di Cesare e futuro triumviro, e il senato. In Gallia sconfisse i Reti e ottenne l'acclamazione imperatoria[4]. A questo periodo risale una corrispondenza epistolare tra lui e Cicerone, che lo esortava a combattere contro Antonio. Egli era tie­pido, ma si schierò contro Antonio quando questi rivendicò per sé la Gallia Chiomata. Dopo la battaglia di Modena (15-21 aprile del 43 a.C.) — nella quale i consoli Irzio e Pansa misero in fuga Antonio — tra il 29 maggio e il 30 giugno del 43 a. C, fondò la colonia di Lione (Lugdunum) per i coloni romani, ex soldati di Cesare, che erano stati cacciati da Vienna dai galli Allobrogi. Secondo lo storico Dione Cassio ebbe l'ordine dal senato, che così pensava di tenerlo lontano da Antonio. Nel 44-43 a.C. fondò anche la colonia di Augusta Raurica corrispondente all'odierna Augst, nei pressi di Basilea. Nel 42 a. C, passato ormai tra i seguaci di Antonio, che governava Roma insieme a Ottavio, il futuro Augusto, e a Lepido, Planco assunse con quest'ul­timo la carica di console, alla quale era stato già designato prima della morte di Cesare.

I triumviri si vendicarono dei loro nemici mandandone a morte mol­tissimi. Accadeva che l'amico di un triumviro veniva mandato a morte perché era stato nemico dell'altro, senza che il triumviro amico lo proteggesse. E così Planco non mosse dito per salvare il fra­tello Caio Plozio Planco, altrettanto fece Lepido con il fratello Paolo. Velleio Patercolo racconta che durante il trionfo dei due consoli, i soldati motteggiavano ironicamente: "I due consoli trionfano dei Germani [che in latino significa anche fratelli], non dei Galli". Planco partecipò nel beneventano all'espropriazione delle terre e alla loro assegnazione ai veterani di Cesare, secondo le direttive di Ottaviano. L'anno dopo, durante la ribellione guidata da Fulvia, par-teggiò per quest'ultima ma senza impegnarsi a fondo. Dopo la scon­fitta dei seguaci di Fulvia a Perugia, riparò in Grecia presso Antonio, che gli diede prima il governo della provincia d'Asia e poi della Siria.

Quando i rapporti tra Antonio e Ottaviano si ruppero, Planco, nel 32 a.C, passò dalla parte del secondo, al quale rivelò il luogo dove Antonio teneva il suo testamento. Di questo, che riconosceva eredi Cesarione, il figlio che Cesare aveva avuto da Cleopatra, e i figli di Antonio e Cleopatra, si servì Ottaviano per spingere il senato contro Antonio. Nel 27 a.C. Planco propose il titolo di Augusto (cioè consa­crato dagli àuguri) per Ottaviano. Durante il governo di Augusto ricostruì il tempio di Saturno, alle pendici del Campidoglio. Fu censore[5] nel 22 a.C. Ebbe un figlio, che accompagnò Tiberìo in Armenia, e due figlie. Questo numero si accorda con quello delle celle del mausoleo, ma non si sa se i figli furono seppelliti nella stes­sa tomba del padre.

Planco fece edificare la sua tomba in cima a Monte Orlando nello stile e in prosecuzione della più antica tradizione italica. Il sepolcro è infatti un monumento a corpo cilindrico che rappresenta l'evoluzio­ne del mausoleo a tumulo, che i romani derivano dalla tradizione etrusca. Insieme al sepolcro di Cecilia Metella e a quello di Lucio Sempronio Atratino, il mausoleo di Planco è uno dei più significativi esempi del monumento sepolcrale romano a corpo cilindrico, e sem­bra ispirarsi al mausoleo di Augusto. Il mausoleo cilindrico è presen­te anche in Oriente, fin dal III secolo a.C. In Occidente lo si incontra fino al V secolo d.C.

Nel periodo in cui vennero edificati questi monumenti, l'arte funera­ria era ritornata ad uno stile più sobrio, abbandonando la tendenza al barocco, cioè la prevalenza dell'elemento espressivo su quello funzio­nale, come nel caso della tomba del fornaio Eurisace (si vede dal treno quando si entra nella stazione Termini), nella quale l'elemento figurativo è integrato nel monumento stesso. Il mausoleo è rivestito all'esterno con grandi blocchi di pietra calca­rea, di spessore variabile tra 73 e 60 centimetri, ad eccezione del nono strato, il cui spessore è di 46 centimetri, e ha gli interni in opera reticolata. Nell'interno vi sono quattro celle funerarie disposte a croce, ciascuna profonda metri 4,40 e larga metri 3,60, alle quali si accede da un corridoio anulare coperto a volta, alto metri 9 e largo metri 2,05. Esternamente si distinguono uno zoccolo, alto metri 1,90, ed un fusto, alto metri 11,30. Nella parte superiore il mausoleo è decorato con un fregio dorico, formato da 119 metope raffiguranti armi e simboli militari, ed ha un coronamento merlato. Attualmente diversi elementi del fregio mancano o sono consumati dal tempo. Il fregio d'armi è un motivo ricorrente nell'architettura funeraria romana del periodo tardo repubblicano. Il fregio del mausoleo di Planco si ispira a quello del buleuterìon (sala del consiglio) di Mileto e a quello del tempio di Athena Nikephoros nella città di Pergamo. Le raffigurazioni principali che ricorrono lungo il fregio sono: il tro­feo, cioè una croce a cui sono appesi corazza, elmo e due scudi; la corona murale, cioè un muro merlato con porta che sovrasta un elmo (era la decorazione conferita a chi scalava per primo le mura di una città nemica, poi divenne un'onorificenza assegnata agli alti uffi­ciali); lo scudo, raffigurato rotondo, lunato, ellittico, ecc; le corazze; il fascio di tre aste incrociate con un'asta singola; l'elmo; gli schinieri[6] incrociati. Secondo la ricostruzione degli archeologi, ori­ginariamente il monumento aveva una copertura conica con una sta­tua alla sommità. Il mausoleo ha un diametro di metri 29,50 circa ed una circonferenza di metri 92,70.

Sopra la porta di accesso, seguendo il modello tipico della religione funeraria romana, trasformatasi, col tempo, da privata e familiare a pubblica, vi è un'epigrafe[7] dedicatoria. L'epigrafe inserita nel monumento offre il defunto e il suo passato alla conoscenza di tutti, tramanda carattere e personalità del morto presso i posteri.

Nel corso dei secoli il mausoleo Planco venne usato come torre d'av­vistamento, ed è ricordato in diversi documenti come torre d'Orlando o di Rolando. Nel 1860 vi era collocato un telegrafo ad asta collegato con uno simile a Terracina. Nel 1885 la marina instal­lò sul monumento un faro. Nel corso dell'ultima guerra mondiale il mausoleo subì danni nel coronamento riparati con un successivo restauro.

Nelle vicinanze del santuario della Montagna Spaccata vi sono cin­que cisterne di epoca romana, individuate come i resti della villa che Planco aveva su Mont'Orlando.

 

 

IL   SANTUARIO   DELLA   MONTAGNA   SPACCATA

 

Prima che la falesia sudoccidentale di Monte Orlando svolti a fare da imponente sfondo alla spiaggia di Serapo, nella roccia a picco sul mare vi sono tre fenditure che danno al luogo il nome di Montagna Spaccata.

La tradizione popolare, seguendo il vangelo di Matteo[8], ritiene che le tre spaccature della roccia siano state prodotte dal terremoto che si verificò alla morte di Cristo. Secondo la scienza[9], invece, le fendi­ture sono dovute all'erosione marina che ha fatto franare la roccia. La prima e la più ampia delle fenditure prende il nome di "Grotta del turco": vi si accede dal mare, ma anche da terra per mezzo di due-centocinquantasette scalini; la seconda è quella nella quale è stata edificata la chiesetta del SS. Crocifisso[10], costruita su un macigno incastrato tra le pareti della fessura, e alla quale si scende per una scalinata di trentacinque scalini; la terza è la più stretta e si vede sol­tanto dal mare.

Alla prima credenza con il tempo se ne aggiunta un'altra: un incre­dulo, appoggiata la sua mano alla parete della seconda spaccatura, nega con parole canzonatorie che le fenditure siano dovute al terre­moto avvenuto alla morte di Cristo, ma non ha il tempo di ricomporsi che le dita penetrano nella roccia come liquefatta, fermando in essa la loro impronta. Di fronte al prodigio, il miscredente abbraccia la fede e si fa battezzare.

Le prime testimonianze scritte di questo racconto prodigioso risalgo­no al XVII secolo; allo stesso periodo risale l'epigrafe[11] latina che Agostino Lampugnano, abate di Sant'Angelo in Planciano, colloca sotto quelle che il volgo ritiene le impronte della mano incredula. Agli inizi del nostro secolo il miscredente è diventato un turco, da cui prende il nome la prima e più ampia fenditura.

Sulla Montagna Spaccata nell'XI secolo viene costruito un monaste­ro. La prima notizia del monastero della "santa e individua Trinità" risale al 1071. In quest'anno, nel mese di giugno, come si ricava dal Codice Diplomatico Gaetano, un certo Sergio, figlio del prefetturio Campulo, per la salvezza della sua anima, dona una parte delle sue ricchezze al monastero della Trinità e vi prende l'abito monacale. Il monastero della Trinità appartiene all'ordine dei benedettini, che su Monte Orlando posseggono già il monastero di Sant'Angelo in Planciano[12]. Già nel 1480 il monastero decade, tanto che Sisto IV lo cede all'Annunziata. Nel 1490, però, i benedettini di Sant'Angelo in Planciano ne ottengono la restituzione da Innocenzo Vili. La cappel­la del SS. Crocifisso viene quindi amministrata dal monastero di Sant'Angelo fino al 1788, quando Ferdinando IV sopprime quest'ulti­mo e lo trasforma in una caserma.

Per interessamento del comune di Gaeta, nel 1843 la Trinità passa ai minori francescani del convento di S. Lucia a Monte (NA), chiamati anche alcantarini, che vi restano fino al 1866, quando il loro ordine viene sciolto dalla stato e la Trinità passa al demanio. Nel 1868 la Trinità viene ceduta al Comune di Gaeta che l'affida all'Annunziata come ospedale per i cronici. Dopo nove anni ritorna un'altra volta al comune che, dopo una permanen­za, dal 1898 al 1903, del ricostituito ordine degli alcantarini, la cede gratuitamente a don Domenico Porrazzo, che a sua volta la vende a Ferdinando Valentini. Nel 1919 il santuario viene acquistato dal Pontificio Seminario dei SS. Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere, che nel 1955, fusosi con il Seminario Lombardo per le Missioni Estere, prende il nome di Pontificio Istituto per le Missioni Estere. Durante la prima guerra mondiale la Trinità diventa un ospe­dale militare per la cura delle malattie infettive[13] dagli anni venti un luogo di villeggiatura di cardinali.

Nel corso dei secoli, visitarono la Montagna Spaccata diversi santi che sostarono o passarono da Gaeta: S. Nilo (intorno al 988), S. Francesco (1222), Ignazio di Loyola (1523), Filippo Neri (XVI secolo).

II 28 novembre 1848 Pio IX, esule ed ospite di Ferdinando II, visita il santuario insieme al re; vi ritorna in processione il venerdì santo del 1849 (6 aprile). Il 17 ottobre 1962, quando è ancora arcivescovo di Milano, visita la Montagna Spaccata il cardinale Montini, poi papa Paolo VI.

Il Don Chisciotte di Cervantes, nel quale Sancio invoca più volte la protezione della Trinità di Gaeta, testimonia che nel XVII secolo la Montagna Spaccata ha acquistato una fama europea[14].

In quello stesso periodo, tra la gente di mare la venerazione della Montagna Spaccata è molto diffusa: le navi che passano al largo della Trinità salutano con colpi a salve (tale usanza è documentata ancora nel 1727). La voce popolare ricorda che, il 28 maggio 1615, il respon­sabile delle armi, per aver vietato la salva, così da non svegliare il marchese Santacroce, generale delle galee napoletane, che riposava su una nave in transito davanti alla Montagna Spaccata, venne ucciso da un fulmine durante una tempesta che si scatenò subito dopo. Molti altri miracoli sono legati alla Montagna Spaccata. Sempre nel XVII secolo, la polvere della roccia della Montagna Spaccata veniva considerata taumaturgica. E Pietro Rossetto, autore di una Breve descrizione delle cose più notabili di Gaeta, uscita nel 1673, regi­strando la credenza popolare, alla quale aderisce senza alcun dubbio, racconta: "Nel 1666, il R.D. Francesco Bario Sacerdote di Sermoneta venne a rendere le dovute grazie al celeste Medico per essere stato liberato dalla Quartana[15] con pigliar con fede un poco della polvere di questo Monte in un liquore, nello istesso giorno che gli doveva venir la febbre... una serva di D. Carlo del Rio Milanese doppo haver fatto molte divotioni alla Santissima Trinità per una sua fanciulla nata cieca, con gran fede diede a bere alla bambina un poco di polve­re delle pietre di questo monte, e la sua figlia ricevè la vista. Di più soggiunge, che le donne, che pativano molto nel parto, felicemente uscirono a luce, mediante la virtù delle pietre sudette". Il secolo XVII ci tramanda molti altri prodigi, tra cui quello di una bimba che, nel suo cesto, cadde dalla cappella del Crocifisso, mentre la madre pregava, e venne ritrovata viva sulle acque del mare, o quel­lo del "turco limosiniere" che, in due occasioni diverse, passando con la nave davanti alla Trinità, buttò in mare due monete, ritrovate poi sopra l'altare della cappella del Crocifisso.

II  miracolo con il quale Rossetto chiude il suo libro è una divertentescena da commedia: "calarono due ladri alla Cappella del Crocifisso
per rubbar le limosine della cassetta ivi esposta. Fu preso il denaro,ma N.S. non permise, che i ladri si partissero col sacrilegio fatto, poi­ché nell'uscir dalla porta della cappella l'appare un Dragone, cheminacciava volerli divorare. Perloche spaventati i ladri, e divenuti
quasi morti, restituirono il furto, e così disparve la visione del Drago".Nei secoli passati diverse processioni in varie occasioni raggiungeva­no la Montagna Spaccata: da quella più che scontata del venerdìsanto a quella un po' anomala del giorno dei morti: infatti a questo luogo era legata anche la credenza, quanto l'uomo antica e diffusa, della presenza dei morti, che nel loro giorno venivano in processio­ne. A ricordo delle processioni del venerdì santo, restano oggi, nel corridoio scoperto che conduce alla cappella di S. Filippo Neri, dalla quale poi si va alla cappella del Crocifisso, quattordici scene in maio­lica della via Crucis, risalenti al 1849, opera di Raimondo Bruno, ad eccezione di una, la terza sulla destra, che è un rifacimento dell'ori­ginale. Sempre dello stesso autore è il quadro d'insieme sopra l'in­gresso della cappella.

La Montagna Spaccata, oltre a provocare suggestione nel credente, affascina anche chi non crede, il quale, di fronte allo spettacolo subli­me che offre la natura, pur non condividendole, può comprendere le motivazioni che spingono il primo alla fede.

In alto, sulle sue ardite falesie, nel verde silenzio sovrastante lo ster­minato piano del mare, avvolti dal profumo delle macchia, ci trovia­mo nel luogo conveniente per meditare questa bella pagina di Giorgio Caproni: "Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma vi è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolo­re come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l'ossidiana. L'allegria ch'essa può dare è indicibile. È l'adito — troncata netta ogni speranza — a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo — defini­tivamente — che Dio non e' è e non esiste".

 

LE   MURA   DI   CARLO V

 

Nell'area del Parco di Monte Orlando sono presenti ancora notevoli parti delle fortificazioni di Carlo V[16]. Esse sono ricordate con il nome dall'imperatore asburgico, ma furono iniziate dal nonno Ferdinando il Cattolico[17].

Le mura, sovrastanti la spiaggia di Serapo, con le diverse tonalità di grigio immerse nelle ugualmente varie tonalità di verde degli arbusti mediterranei, ultimi, definitivi, naturali e pacifici assedianti, rappre­sentano un tratto tipico del paesaggio di Monte Orlando.

Nel leggere queste brevi note storiche e nel passeggiare in questi luoghi, non ci avvolga la retorica guerresca, il valore militare, il coraggio del leone che combatte fieramente (metafora che si trova ancora affissa tra queste fortificazioni); bensì il pensiero che l'odier­na inutilità di queste opere ha un significato altamente simbolico, specie nel nostro presente attraversato da una crisi generale dei valo­ri e da una recrudescenza dei conflitti bellici (anche nel vecchio con­tinente europeo) che inducono al pessimismo. La malta grigia, il tufo sbriciolato, la pietra coperta di muschio, il sasso signoreggiato dai licheni ci ricordano che le strade e i percorsi di pace spesso sono vincenti e che alla fin fine vale la pena spendersi per la costruzione di una realtà pacifica.

Camminando su questi bastioni, che dal 1707 al 1861 hanno sop­portato sei[18] assedi, oggi siamo liberi di scrutare gli spazi lontani senza il timore di scorgere un legno o una legione nemica, essendo ormai il timore soltanto quello che nei giochi di guerra si inventa la fantasia dei bimbi, osservando navi misteriose che vengono fuori dall'orizzonte o eserciti minacciosi che prendono vita dalla cangian­te e selvaggia distesa di cemento delle colline di fronte.

Salendo lungo la via Planco, prima di arrivare all'incrocio con via della Trinità, sulla sinistra, oltrepassato un cancello, si incontra la batteria Philippstadt[19], prima chiamata batteria Piattaforma. Questa batteria faceva parte del fronte di terra che iniziava dalla Cittadella, a protezione della Porta di Terra[20], l'ingresso alla fortezza, e proseguiva verso la Trinità con i bastioni Cappelletti e Conca, le batterie Fico e San Giacomo, la cortina[21] Sant'Andrea, il ridotto[22] Cinque Piani e la batteria Malladrone.

Al ridotto Cinque Piani si accede per una discesa che si incontra sulla destra, appena imboccata la strada per la Trinità. La batteria Malladrone si trovava davanti al bar sito sulla sinistra della via Trinità, dove ora ci si affaccia per vedere il panorama di Serapo. Prima di questa batteria, si notano i resti della batteria Dente di Sega, fatta costruire nel XVIII secolo da Ferdinando IV[23]. Sempre lo stesso sovrano fece costruire, dopo la batteria Malladrone, le batterie Trinità e Transilvania.

Ritornando alle opere del periodo di Carlo V, iniziate nel 1516 e ter­minate nel 1538, è bene ricordare che le fortificazioni cingevano anche il lato mare, dalla batteria San Montano, all'altezza del mona­stero di Santa Caterina, fino alla Porta di Terra. Eccone la successio­ne: batterie San Montano e Santa Maria (all'altezza dell'attuale Guardia di Finanza), cortina del porto (dove ora è il porto Santa Maria, nel quartiere Sant'Erasmo), batterie Vico (sul molo che deli­mita il porto di Santa Maria in direzione della sede della Capitaneria di Porto), Poterna (all'altezza del palazzo Gioia), Granguardia (all'al­tezza dell'attuale piazzale Caboto), Favorita (dopo l'attuale villa Traniello), Spirito Santo (all'altezza dell'attuale piazza Conca), corti­na Annunziata (davanti alla chiesa dell'Annunziata), cortina Addolorata (subito dopo la precedente), cortina Sant'Antonio, cortina denti di sega Sant'Antonio[24] (all'altezza dell'attuale porto militare). Le fortificazioni di Carlo V, inglobando Monte Orlando nell'ambito della fortezza, impedirono l'uso del colle agli assedianti, come invece accadeva nei secoli precedenti. Il sistema difensivo proseguiva con le torri costiere: torre Viola, risalente a dopo il 1532, torre Scissura, risalente a dopo il 1563, torre S. Agostino, risalente al 1531.

Le opere difensive di Carlo V furono ampliate e completate nei secoli successivi: gli austriaci nel 1711, dopo la porta Carlo V, verso l'attuale municipio, costruirono la controguardia Cittadella. Carlo III Borbone[25] nel 1737 fece edificare l'avanzata controguardia Cittadella, sulla quale si innestava il fronte a scaglione. In questo si apriva la porta d'ingresso nella città, l'attuale porta Carlo III. A que­sto re risalgono anche le opere staccate, che stavano sotto le mura di Carlo V a fronteggiare la spianata di Montesecco, iniziata dagli austriaci nel 1715, e la cortina Trinità. Intorno al 1765 vennero costruite le polveriere Carolina, di cui restano i muri perimetrali, Ferdinando e Trabacco, visibili nella zona del parco chiamata appun­to Carolina. Allo stesso periodo risale la batteria Regina, collocata al di sopra delle fortificazioni di Carlo V. Nell'area dell'attuale parco, Ferdinando II fece costruire la batteria Malpasso, all'estrema punta occidentale, e la batteria Trabacco, a destra del sentiero che conduce all'omonima polveriera. Fece inoltre ampliare la batteria Regina ed edificare un ospedaletto presso la batteria Trinità[26].

 



[1]  Mausoleo fu in origine il nome che ebbe la tomba fatta erigere da Artemisia allo sposo e fratello Mausolo, re di Caria, una città della regione greca del Peloponneso. Il Mausoleo era una delle meraviglie del mondo antico.

 

[2]  Sacerdoti che preparavano i banchetti sacri delle grandi solennità

[3]  Cornata o Chiomata, per i capelli lunghi degli uomini celtici, era chiamata la Gallia Transalpina.

 

[4] Imperator era il titolo che si dava al generale vittorioso, a cui, al ritorno in patria, spet­tava il trionfo.

 

[5]  II censore vegliava sui costumi e sul censo.

 

[6]  Schiniere: pezzo di armatura a difesa dello stinco.

                                                               

[7]  Ecco il testo:” MUNATIUS L(ucii) F(ilius) L(ucii) N(epos) L(ucii) PRON(epos) PLANCUS CO(n)S(ul) CENS(or) IMP(erator) ITER(um) VII VIR EPULON(um)TRIUMP(hator) EX RAETIS AEDEM SATURN(i) FECIT DE MANIBIIS AGROS DIVISIT IN ITALIA BENEVENTI IN GALLIA COLONIAS DEDUXIT

LUGDUNUM ET RAURICAM"

“Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio, proni­pote di Lucio, console, censore, imperatore per due volte, settemviro degli epuloni, trion­fatore dei Reti.il tempio di Saturno fece col bottino di guerra, in Italia, a Benevento, divise i campi, in Gallia fondò le colonie di Lione e Raurica.”

La parte destra dell'iscrizione è scarsamente leggibile a causa della consunzione della pietra.

 

[8]  Matteo, 27:50-52:"....Gesù,avendo di nuovo gridato con gran voce, rendè lo spirito... La terrà tremò, e le rocce si schiantarono"



[9]   Francesco Castaldi nel 1936 studiò le fenditure e pubblicò un articolo nel Bollettino
della società dei naturalisti.

 

[10]             Non si sa con certezza quando il masso crollò e quando fu edificata originariamente
la cappella. Si ha notizia, però, che essa venne riedeficata nel 1514 da don Pietro
Lusciano, castellano di Gaeta.

 

[11]             Ecco il testo dell'epigrafe:"lmproba mens verum renuit quod fama fatetur / credere at hoc digitis saxa liquata probant!” Con una certa libertà, si può tradurre:"L'animo incredulo rifiutò di credere quello che la tradizione ci tramanda, ma al tocco delle dita lo prova la roccia ammollita" Probabilmente il racconto risale ad un carme del monaco agostiniano Gregorio Salomonio.

 

[12] Il monastero di Sant’Angelo  in Planciano trae origine da una chiesa fatta edificare dall’ipata Docibile, come si ricava dal suo testamento del 906,nel quale si dice che la chiesa è stata edificata da poco e che essa è affidata alle cure del figlio Leone. Docibile vuole che ogni giorno il sacerdote della chiesa canti una messa per lui. Nel 930 leone dona la chiesa all’abate Anastasio affinché vi sia costruito un monastero.

[13]  Già alla fine del XIV secolo incontriamo un uso simile, quando il re di Napoli Ladislao di Durazzo e la corte, che risiedevano in Gaeta, vi si rifugiarono per fuggire la peste che mieteva vittime nella città.

[14]             Così nell'episodio di Clavilegno:"Orsù, allora, che Dio e la Santissima Trinità di Gaeta mi
proteggano".

 

[15] Febbre intermittente, quasi sempre di origine malarica, che si manifesta ogni quattro
giorni.

 

[16]  Re di Spagna dal 1516 al 1556 ed imperatore del Sacro Romano Impero Germanico dal 1519 al 1556. La Spagna possedeva l'Italia meridionale dal 1503, quando sconfisse le truppe di Luigi XII, re di Francia, sul fiume Garigliano. Carlo V visitò Gaeta il 25 marzo 1536, restandovi sette giorni. Arrivò alle ventiquattro e attraversò la città sotto un broccato e alla luce di trenta torce di cera. Gaeta offrì al re 1500 scudi d'oro in un bacile d'argento nonché copiosi quantitativi di diversi prodotti: candelotti di cera, scatole di confetti, prosciutti, polli, castrati, pesce, vino gaetano, pane bianco, orzo, fieno, paglia, legna.

Oltre che dai danni dall'ultimo assedio del 1860-61 (saltò in aria la batteria Sant'Antonio), la cinta muraria che chiudeva Gaeta fu rovinata da varie demolizioni in epoche diverse. Nel 1917 vennero demoliti i bastioni che stavano dove ora sono il piazzale Caboto e la villa Traniello; nel 1928 altre fortificazioni tra le porte Carlo III e Carlo V vennero abbattute per rettificare la strada; nel 1960 l'allora sindaco Corbo fece demolire il bastione Annunziata ed altri tratti, pari a 420 metri lineari. Circa la demolizione del bastione Annunziata il senso comune cittadino pensa che essa abbia avuto luogo per costruire il lungomare, il che non è vero; il progetto originario della strada prevedeva l'attraversa­mento della batteria mediante fornici.

Altre città italiane, ad esempio Lucca, già nel XIX secolo, hanno saputo recuperare ad usi nuovi le antiche mura senza nessuna furia dinamitarda .

Salvatore Buonomo nel sonetto Bastioni, dal valore diseguale, e un tantino malato della solita retorica del luogo natìo, ci lascia una bella immagine delle fortificazioni:"...Non sei più che un monil, che adorna bello / la città vecchia, cui domina fiero / il poderoso castel­lo:/ sogno passato d'evo battagliero,/ su cui volteggia placido bel bello/ l'aereo,e brilla al sol, alto e leggero'!

 

 

[17]  Ferdinando il Cattolico, partito da Barcellona e diretto a Napoli via mare, si fermò a Gaeta dal 17 al 21 ottobre del 1506. Nel giugno dell'anno successivo, sulla via del ritorno in Spagna, vi si fermò nuovamente.

 

[18]  1707: durante la guerra di successione spagnola, dopo tre mesi di assedio, Gaeta fu
espugnata dalle truppe austriache del conte Duan .

1734: durante la guerra di successione polacca, dopo quattro mesi di assedio, la città fu presa dalle truppe di Carlo III di Borbone, che cacciarono gli austriaci dal regno di Napoli. 1798: il comandante della fortezza, il generale Tschudy, nonostante potesse contare su quattromila uomini, consegnò senza combattere la città a trecento soldati francesi gui­dati dal generale Rey.

1806: il 7 febbraio le truppe napoleoniche, comandate dal generale Massena, iniziarono un assedio durato sei mesi.

1815: volgendo al termine il regno di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, la guarni­gione di Gaeta, comandata dal generale Alessandro Begani (la cui tomba è nella cappella di San Filippo Neri nel santuario della SS.Trinità), resistè alle truppe austriache e borboni-che e ad una squadra navale inglese fino all'8 agosto.

1860-61 sconfitte il 4 novembre 1860 nella battaglia di Mola di Gaeta (Formia), le truppe borboniche si chiusero nella fortezza di Gaeta, dove furono tenute sotto tiro, dal 5 novembre al 13 febbraio 1861, dall'esercito piemontese comandato dal generale Enrico Cialdini.

 

[19]             Questo nome le fu dato dopo che nelle sue mura vennero deposte le spoglie del
principe Luigi Philippstadt, comandante della fortezza di Gaeta nel 1806, durante l'asse­
dio del generale Massena. Il monumento funebre, voluto da Ferdinando I nel 1816, e col­
locato nel 1825 sul luogo dove il principe fu ferito in quell'assedio, lo ricorda coraggioso
e forte come un leone. Il sepolcro è coperto da un bassorilievo con al centro il volto del
principe.

Sulla stessa parete vi sono altre tre iscrizioni: una ricorda il generale francese Vallongue ferito mortalmente durante l'assedio del 1806; un'altra, fatta collocare nel 1868 dal comandante del Presidio di Gaeta, sotto gli stemmi dei Borbone e dei Savoia, secondo gli usuali stilemi della retorica militare, ricorda i morti del 1860-61 che caddero fra le oppo­ste armi; una terza ricorda la benedizione impartita da Pio IX, il 28 novembre 1848, al re e alla sua famiglia, nonché al popolo e ai soldati.

 

[20]  Oggi chiamata anche porta Carlo V (sulla sinistra dell'attuale lungomare Caboto, all'al­tezza del porto militare).

 

[21] Tratto di cinta muraria.

 

[22]  Nelle antiche fortificazioni il ridotto o la ridotta è un'opera di secondaria importanza.

 

[23]  Ferdinando IV, re di Napoli, poi Ferdinando I, re delle Due Sicilie (1751-1825).

 

[24]  Sotto il regno di Ferdinando II Borbone (1831-1859), nel XIX secolo, la cortina
Annunziata, la cortina Addolorata e la cortina Sant'Antonio furono trasformate in batte­rie. Lo stesso sovrano,oltre a diverse casematte (locale chiuso, con volta protetta, all'inter­no del quale erano ospitati pezzi d'artiglieria),fece costruire la batteria Ferdinando (all'al­tezza dell'attuale villa Traniello), la batteria Guastaferri, vicino a quella di S. Montano, la batteria Duca di Calabria, sotto San Francesco, la batteria Torrion Francese, sotto il castel­lo, e la batteria Maria Teresa, oltre il castello aragonese.

 

[25]  1Carlo III tolse l'Italia meridionale agli austriaci che l'avevano occupata durante la guer­
ra di successione spagnola (1701 -1713).

 

[26]  A conclusione della descrizione delle fortificazioni è utile accennare, per il ruolo che ha avuto nelle vicende che portarono all'unità d'Italia, all'assedio del 1860-61. Sconfitte il 4 novembre 1860 nella battaglia di Mola di Gaeta (Formia), le truppe borboni-che si chiusero nella fortezza di Gaeta, dove furono tenute sotto tiro dal 5 novembre al 13 febbraio 1861 dall'esercito piemontese comandato dal generale Enrico Cialdini, men­tre la flotta francese, stazionando nel porto fino al 19gennaio 1861,impediva all'ammira­glio Persano di usare le armi delle sue navi (che, a dire il vero, quando furono libere di agire, non diedero grande prova).

Francesco II, nella sua corrispondenza con Napoleone IN, motiva la sua resistenza con la classica prosa della retorica:"! Re che partono ritornano difficilmente sul trono, se un raggio di gloria non abbia indorato la loro sventura e la loro caduta"; in realtà sperava nell'inter­vento delle potenze europee sul Piemonte ed anche su una reazione all'interno del regno. Intorno a questi avvenimenti la parte borbonica costruì il mito dell'eroica difesa di Gaeta, della fedeltà della popolazione e dei soldati, del coraggio del re e della regina, in partico­lare di quest'ultima, Maria Sofia, nobildonna bavarese e sorella di Elisabetta, moglie del­l'imperatore austriaco Francesco Giuseppe . Per la verità, in molti suoi gesti vi era forse più la temerità e la sprovvedutezza della giovane età che altro: la regina aveva, infatti, diciannove anni.

Ferdinando Russo in O'surdato'e Gaeta la ricorda così:"...Quant'era bella! / E che core teneva! E che maniere! / Mo na bona parola 'a sentinella,/ mo na strignuta 'e mana a l'arti­gliere... / Steva sempre cu nui!... Muntava nsella /currenno e ncuraggianno.juorne e sere./moccà,mo Uà... v"oggiuro nnanz"esante! /Nn'eramo nnammuratetuttequante!" L'assedio, nei primi mesi, non fu particolarmente violento e andò avanti tra gli scambi di cortesi e manierose missive tra i generali delle due parti e le numerose tregue nelle osti­lità. Questi toni nascondono e contrastano con le violenze e le fucilazioni sommarie di cui entrambi le parti si resero responsabili nel corso più generale della guerra, al di là del fatto specifico dell'assedio di Gaeta.

Durante una delle tregue, il 19 novembre, fu sgomberato il Borgo (l'attuale quartiere Porto salvo), che si trovava nel mezzo delle operazioni, muovendo il fuoco contro la città dalle colline Tortona, Cappuccini, Atratina e Lombone. Per approntare le loro batterie i piemontesi costruirono diciotto chilometri di strade nelle campagne gaetane. Nella città, all'inizio dell'assedio, vi erano ventimila soldati, decisamente troppi rispetto ai viveri e agli spazi a disposizione. Le pessime condizioni igieniche provocarono, infatti, un'epidemia di tifo, che nel mese di gennaio causò in media ogni giorno dieci morti. Le armi piemontesi erano tecnicamente superiori, tra queste vi erano due cannoni rigati Cavalli che sparavano da Caposele, quartier generale di Cialdini, quattro colpi all'ora ed erano fuori della portata delle armi napoletane. Erano cannoni modernissimi, ma si rup­pero dopo alcune decine di colpi.

Alla fine di gennaio l'assedio divenne più cruento: il 22 gennaio furono sparati quasi 24.000 mila colpi: 11.000 mila dai difensori e 13.000 dagli attaccanti.il 5 febbario saltò in aria la polveriera Sant'Antonio con le sue sette tonnellate di polvere, provocando uno squarcio di quaranta metri nei bastioni. Il primo bilancio fu di un centinaio di morti tra i civili e duecentosedici tra i militari. Il 13 febbraio fu la volta della polveriera della batteria Transilvania.

Gli ultimi avvenimenti portarono alla capitolazione, e il 14 febbraio Francesco II e la sua corte si imbarcarono sul vapore imperiale francese La Mouette che li sbarcò Terracina, da dove proseguirono per Roma in carrozza.

Nel corso dell'assedio tra i napoletani si ebbero 560 morti per ferite, 307 per malattia e 743 dispersi; tra i piemontesi i morti furono 50.

I piemontesi tirarono contro Gaeta 60.000 proiettili, le truppe napoletane tirarono, a loro volta, 35.250 colpi contro le postazioni degli assedianti.

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