
I MONUMENTI
IL MAUSOLEO
DI LUCIO MUNAZIO
PLANCO
Sulla sommità di
Monte Orlando troviamo uno dei più significativi esempi dell'architettura funeraria
romana della fine del primo secolo avanti Cristo: il mausoleo[1]
di Planco.
Lucio Munazio Planco
visse nel periodo della decadenza della repubblica, quando Roma fu sconvolta dalle
guerre civili provocate dalle ambizioni personali dei suoi massimi esponenti politici. Fu un periodo
torbido e violento. Insieme alla repubblica uscirono di scena molti dei suoi
dirigenti: chi perito in modo truce per mano dei suoi nemici, chi suicida: Tolomeo
inviò la testa di Pompeo a Cesare; Cesare morì per mano di Bruto e Cassio, morti
a loro volta suicidi, come Antonio e Catone il giovane; la testa di Cicerone fu
esposta nel Foro di Roma e Fulvia, moglie di Antonio, per dileggio ne punzecchiò la
lingua con uno spillone.
Lucio Munazio
Planco, invece, attraversò indenne tutte le vicende della fine della
repubblica, stando al momento giusto sempre dalla parte del vincitore,
tanto che lo storico Velleio Patercolo (20 a.C.-31 d. C.) lo definisce
"traditore per disposizione morbosa".
Planco era nato a
Tivoli, nel 90 a. C, da una famiglia di ordine equestre forse originaria
di Atina. Di lui ci restano testimonianze di diversi autori antichi, tra cui
Cesare, Cicerone, Svetonio, Plutarco ed Orazio. Corretta la proposta di
riconoscerlo su un rilievo di terracotta del III secolo d.C., Planco aveva un corpo tozzo, orecchie a
sventola, naso e mento pronunciati. Era ghiotto, tanto da diventare proverbiale, ed amava i piaceri carnali e la mollezza
dei costumi tipica di quel periodo:
dovendo giudicare chi, tra Antonio e Cleopatra, desse banchetti più sontuosi, assegnò la vittoria a Cleopatra, che bevve una perla, del valore di 70 milioni di
sesterzi, sciolta nell'aceto.
Sembra che sia stato allievo di Cicerone, dal quale
imparò l'eloquenza, per cui è
ricordato da Seneca, Svetonio e S. Girolamo. Egli fu legato, cioè generale, di Cesare in Gallia e suo costante
collaboratore durante la guerra civile.
Cesare ricorda che
gli affidò il compito di catturare gli assassini di Tasgezio, re dei
Carnuti, popolo alleato di Roma che viveva lungo il fiume Loira. Durante
l'assenza di Cesare da Roma, nel 45 a. C., fu prefetto della città e tra i
reggenti dello stato in suo nome. In qualità di monetario di Cesare, con
evidenti finalità adulatorie, coniò monete che raffiguravano la Vittoria con i
tratti di Calpurnia, la moglie di Cesare. Quest'ultimo,
riconoscente, gli conferì il titolo di
settemviro degli epuloni[2].
Sull'altra faccia della moneta, ai due lati
di un vaso sacrificale, sono riportati il nome e il titolo del generale. Morto Cesare, raggiunse la
Gallia Cornata126[3],
di cui era stato designato
governatore, barcamenandosi tra Antonio, generale di Cesare e futuro triumviro, e il senato. In Gallia sconfisse
i Reti e ottenne l'acclamazione
imperatoria[4].
A questo periodo risale una
corrispondenza epistolare tra lui e Cicerone,
che lo esortava a combattere contro Antonio. Egli era tiepido, ma si schierò contro Antonio quando questi
rivendicò per sé la Gallia Chiomata.
Dopo la battaglia di Modena (15-21 aprile del 43 a.C.) — nella quale i consoli Irzio e Pansa misero in fuga Antonio — tra il 29 maggio e il 30 giugno del 43 a. C,
fondò la colonia di Lione (Lugdunum) per i coloni romani, ex soldati di Cesare,
che erano stati cacciati da Vienna
dai galli Allobrogi. Secondo lo storico Dione Cassio ebbe l'ordine dal senato, che così pensava di tenerlo lontano da Antonio. Nel 44-43 a.C. fondò anche la colonia
di Augusta Raurica corrispondente
all'odierna Augst, nei pressi di Basilea. Nel 42 a. C, passato ormai tra i
seguaci di Antonio, che governava Roma insieme a Ottavio, il futuro Augusto, e a Lepido, Planco assunse con quest'ultimo la carica di console, alla quale era stato
già designato prima della morte di Cesare.
I triumviri si vendicarono dei loro nemici mandandone a
morte moltissimi.
Accadeva che l'amico di un triumviro veniva mandato a morte perché era
stato nemico dell'altro, senza che il triumviro amico lo proteggesse. E così Planco
non mosse dito per salvare il fratello Caio Plozio Planco, altrettanto fece
Lepido con il fratello Paolo. Velleio Patercolo racconta che durante il trionfo dei due
consoli, i soldati motteggiavano ironicamente: "I due consoli trionfano dei Germani [che in latino significa anche
fratelli], non dei Galli". Planco partecipò nel beneventano
all'espropriazione delle terre e alla loro assegnazione ai veterani di Cesare,
secondo le direttive di Ottaviano. L'anno dopo, durante la ribellione guidata da
Fulvia, par-teggiò per quest'ultima ma senza impegnarsi a fondo. Dopo la sconfitta dei seguaci di
Fulvia a Perugia, riparò in Grecia presso Antonio, che gli diede prima il
governo della provincia d'Asia e poi della Siria.
Quando i rapporti
tra Antonio e Ottaviano si ruppero, Planco, nel 32 a.C, passò dalla
parte del secondo, al quale rivelò il luogo dove Antonio teneva il suo testamento. Di
questo, che riconosceva eredi Cesarione, il figlio che Cesare aveva avuto da Cleopatra,
e i figli di Antonio e Cleopatra, si servì Ottaviano per spingere il senato contro Antonio. Nel 27 a.C.
Planco propose il titolo di Augusto (cioè consacrato dagli àuguri) per Ottaviano.
Durante il governo di Augusto ricostruì il tempio di Saturno, alle pendici del
Campidoglio. Fu censore[5]
nel 22 a.C. Ebbe un figlio, che accompagnò Tiberìo in Armenia, e due figlie. Questo numero si
accorda con quello delle celle del
mausoleo, ma non si sa se i figli furono seppelliti nella stessa tomba del
padre.
Planco fece edificare la sua tomba in cima
a Monte Orlando nello stile e in
prosecuzione della più antica tradizione italica. Il sepolcro è infatti un monumento a corpo cilindrico che
rappresenta l'evoluzione del mausoleo a tumulo, che i romani derivano dalla
tradizione etrusca. Insieme al
sepolcro di Cecilia Metella e a quello di Lucio Sempronio Atratino, il mausoleo di Planco è uno dei più significativi esempi del monumento sepolcrale romano a corpo
cilindrico, e sembra ispirarsi al
mausoleo di Augusto. Il mausoleo cilindrico è presente anche in Oriente, fin
dal III secolo a.C. In Occidente lo si incontra fino al V secolo d.C.
Nel periodo in cui
vennero edificati questi monumenti, l'arte funeraria era ritornata ad uno
stile più sobrio, abbandonando la tendenza al barocco, cioè la prevalenza
dell'elemento espressivo su quello funzionale, come nel caso della tomba del fornaio Eurisace (si vede dal treno quando si entra nella stazione Termini),
nella quale l'elemento figurativo è
integrato nel monumento stesso. Il
mausoleo è rivestito all'esterno con grandi blocchi di pietra calcarea, di spessore variabile tra 73 e 60 centimetri,
ad eccezione del nono strato, il cui
spessore è di 46 centimetri, e ha gli interni in opera reticolata. Nell'interno vi sono quattro celle funerarie disposte
a croce, ciascuna profonda metri
4,40 e larga metri 3,60, alle quali si accede
da un corridoio anulare coperto a volta, alto metri 9 e largo metri 2,05. Esternamente si distinguono uno
zoccolo, alto metri 1,90, ed un
fusto, alto metri 11,30. Nella parte superiore il mausoleo è decorato con un
fregio dorico, formato da 119 metope raffiguranti armi e simboli militari, ed
ha un coronamento merlato. Attualmente diversi elementi del fregio mancano o
sono consumati dal tempo. Il fregio
d'armi è un motivo ricorrente nell'architettura funeraria romana del periodo tardo
repubblicano. Il fregio del mausoleo di Planco
si ispira a quello del buleuterìon (sala del consiglio) di Mileto e a quello del tempio di Athena Nikephoros nella
città di Pergamo. Le raffigurazioni
principali che ricorrono lungo il fregio sono: il trofeo, cioè una croce a cui sono appesi corazza,
elmo e due scudi; la corona murale,
cioè un muro merlato con porta che sovrasta un elmo (era la decorazione conferita a chi scalava per primo le mura di
una città nemica, poi divenne un'onorificenza assegnata agli alti ufficiali); lo scudo, raffigurato rotondo, lunato,
ellittico, ecc; le corazze; il fascio
di tre aste incrociate con un'asta singola; l'elmo; gli schinieri[6]
incrociati. Secondo la ricostruzione degli archeologi, originariamente il monumento aveva una copertura
conica con una statua alla sommità.
Il mausoleo ha un diametro di metri 29,50 circa ed una circonferenza di metri 92,70.
Sopra la porta di
accesso, seguendo il modello tipico della religione funeraria romana,
trasformatasi, col tempo, da privata e familiare a pubblica, vi è
un'epigrafe[7]
dedicatoria. L'epigrafe inserita nel monumento offre il defunto e il suo passato
alla conoscenza di tutti, tramanda carattere e personalità del morto presso i
posteri.
Nel corso dei secoli
il mausoleo Planco venne usato come torre d'avvistamento, ed è ricordato in diversi
documenti come torre d'Orlando
o di Rolando. Nel 1860 vi era collocato un telegrafo ad asta collegato con uno simile a Terracina. Nel 1885 la marina installò sul monumento un faro. Nel corso dell'ultima
guerra mondiale il mausoleo subì
danni nel coronamento riparati con un successivo restauro.
Nelle vicinanze del
santuario della Montagna Spaccata vi sono cinque cisterne di epoca romana,
individuate come i resti della villa che Planco aveva su Mont'Orlando.
IL SANTUARIO DELLA
MONTAGNA SPACCATA
Prima che la falesia
sudoccidentale di Monte Orlando svolti a fare da imponente sfondo alla spiaggia di Serapo, nella roccia a
picco sul mare vi sono tre fenditure che
danno al luogo il nome di Montagna Spaccata.
La tradizione
popolare, seguendo il vangelo di Matteo[8],
ritiene che le tre spaccature
della roccia siano state prodotte dal terremoto che si verificò alla morte di Cristo. Secondo la scienza[9],
invece, le fenditure sono dovute
all'erosione marina che ha fatto franare la roccia. La prima e la più ampia delle fenditure prende il
nome di "Grotta del turco":
vi si accede dal mare, ma anche da terra per mezzo di due-centocinquantasette
scalini; la seconda è quella nella quale è stata edificata la chiesetta del SS. Crocifisso[10],
costruita su un macigno incastrato
tra le pareti della fessura, e alla quale si scende per una scalinata di
trentacinque scalini; la terza è la più stretta e si vede soltanto dal mare.
Alla prima credenza
con il tempo se ne aggiunta un'altra: un incredulo, appoggiata la sua mano
alla parete della seconda spaccatura, nega con parole canzonatorie che le
fenditure siano dovute al terremoto avvenuto alla morte di Cristo, ma non ha
il tempo di ricomporsi che le dita penetrano nella roccia come liquefatta,
fermando in essa la loro impronta. Di fronte al prodigio, il miscredente abbraccia la fede e si fa
battezzare.
Le prime
testimonianze scritte di questo racconto prodigioso risalgono al XVII secolo; allo stesso periodo risale l'epigrafe[11]
latina che Agostino Lampugnano, abate di Sant'Angelo in Planciano, colloca sotto quelle che il volgo ritiene le
impronte della mano incredula. Agli inizi del nostro secolo il miscredente è
diventato un turco, da cui prende il nome la
prima e più ampia fenditura.
Sulla Montagna
Spaccata nell'XI secolo viene costruito un monastero. La prima notizia del
monastero della "santa e individua Trinità" risale al 1071. In
quest'anno, nel mese di giugno, come si ricava dal Codice Diplomatico
Gaetano, un certo Sergio, figlio del prefetturio Campulo, per la salvezza
della sua anima, dona una parte delle sue ricchezze al monastero della Trinità
e vi prende l'abito monacale. Il monastero della Trinità appartiene all'ordine
dei benedettini, che su Monte Orlando posseggono già il monastero di Sant'Angelo
in Planciano[12]. Già nel
1480 il monastero decade, tanto che Sisto IV
lo cede all'Annunziata. Nel
1490, però, i benedettini di Sant'Angelo in Planciano ne ottengono la restituzione da
Innocenzo Vili. La cappella del SS. Crocifisso viene quindi amministrata dal
monastero di Sant'Angelo fino al 1788, quando Ferdinando IV sopprime
quest'ultimo e lo trasforma in una caserma.
Per interessamento
del comune di Gaeta, nel 1843 la Trinità passa ai minori francescani del convento di S. Lucia a Monte (NA), chiamati anche
alcantarini, che vi restano fino al 1866,
quando il loro ordine viene sciolto dalla stato e la Trinità passa al demanio. Nel 1868 la Trinità
viene ceduta al Comune di Gaeta che
l'affida all'Annunziata come ospedale per i cronici. Dopo nove anni ritorna un'altra volta al comune che,
dopo una permanenza, dal 1898 al
1903, del ricostituito ordine degli alcantarini, la cede gratuitamente a don Domenico Porrazzo, che a sua
volta la vende a Ferdinando
Valentini. Nel 1919 il santuario viene acquistato dal Pontificio Seminario dei SS. Apostoli Pietro e
Paolo per le Missioni Estere, che nel
1955, fusosi con il Seminario Lombardo per le Missioni Estere, prende il nome di Pontificio Istituto per le Missioni Estere. Durante la prima guerra mondiale la
Trinità diventa un ospedale
militare per la cura delle malattie infettive[13]
dagli anni venti un luogo di
villeggiatura di cardinali.
Nel corso dei
secoli, visitarono la Montagna Spaccata diversi santi che sostarono o
passarono da Gaeta: S. Nilo (intorno al 988), S. Francesco (1222), Ignazio di Loyola
(1523), Filippo Neri (XVI secolo).
II 28 novembre 1848
Pio IX, esule ed ospite di Ferdinando II, visita il santuario insieme al re; vi ritorna in processione il venerdì santo del
1849 (6 aprile). Il 17 ottobre 1962, quando è ancora arcivescovo di Milano,
visita la Montagna Spaccata il cardinale Montini, poi papa Paolo VI.
Il Don Chisciotte
di Cervantes, nel quale Sancio invoca più volte la protezione della Trinità
di Gaeta, testimonia che nel XVII secolo la Montagna
Spaccata ha acquistato una fama europea[14].
In quello stesso
periodo, tra la gente di mare la venerazione della Montagna Spaccata è
molto diffusa: le navi che passano al largo della Trinità salutano con
colpi a salve (tale usanza è documentata ancora nel 1727). La voce popolare ricorda
che, il 28 maggio 1615, il responsabile delle armi, per aver vietato la salva,
così da non svegliare il marchese Santacroce, generale delle galee napoletane,
che riposava su una nave in transito davanti alla Montagna Spaccata, venne ucciso da un fulmine
durante una tempesta che si scatenò subito dopo. Molti altri miracoli sono legati alla
Montagna Spaccata. Sempre nel XVII secolo, la polvere
della roccia della Montagna Spaccata veniva considerata taumaturgica. E Pietro Rossetto,
autore di una Breve descrizione
delle cose più notabili di Gaeta, uscita nel 1673, registrando
la credenza popolare, alla quale aderisce senza alcun dubbio, racconta: "Nel 1666, il R.D. Francesco Bario
Sacerdote di Sermoneta venne a
rendere le dovute grazie al celeste Medico per essere stato liberato dalla Quartana[15]
con pigliar con fede un poco della polvere di questo Monte in un liquore, nello istesso giorno che gli doveva venir la febbre... una serva di D. Carlo del Rio
Milanese doppo haver fatto molte
divotioni alla Santissima Trinità per una sua fanciulla nata cieca, con gran fede diede a bere alla
bambina un poco di polvere delle
pietre di questo monte, e la sua figlia ricevè la vista. Di più soggiunge, che le donne, che pativano molto nel
parto, felicemente uscirono a luce, mediante la virtù delle pietre
sudette". Il secolo XVII ci tramanda molti altri prodigi, tra cui quello di una bimba che, nel
suo cesto, cadde dalla cappella del Crocifisso, mentre la madre pregava, e
venne ritrovata viva sulle acque del mare, o quello del "turco
limosiniere" che, in due occasioni diverse, passando con la nave davanti alla
Trinità, buttò in mare due monete, ritrovate poi sopra l'altare della cappella del Crocifisso.
II miracolo con il quale Rossetto chiude il suo libro
è una divertentescena da commedia: "calarono due ladri alla Cappella del Crocifisso
per rubbar le limosine della
cassetta ivi esposta. Fu preso il denaro,ma N.S. non permise, che i ladri si
partissero col sacrilegio fatto, poiché
nell'uscir dalla porta della cappella l'appare un Dragone, cheminacciava volerli divorare. Perloche
spaventati i ladri, e divenuti
quasi morti, restituirono il furto, e
così disparve la visione del Drago".Nei secoli passati diverse
processioni in varie occasioni raggiungevano la Montagna Spaccata: da quella
più che scontata del venerdìsanto a quella un po' anomala del
giorno dei morti: infatti a questo luogo era legata anche la credenza, quanto l'uomo antica e diffusa, della presenza dei morti, che nel loro
giorno venivano in processione. A ricordo delle processioni del venerdì
santo, restano oggi, nel corridoio scoperto che conduce alla cappella
di S. Filippo Neri, dalla quale poi si va alla cappella del
Crocifisso, quattordici scene in maiolica
della via Crucis, risalenti al 1849, opera di Raimondo Bruno, ad eccezione di una, la terza sulla
destra, che è un rifacimento dell'originale.
Sempre dello stesso autore è il quadro d'insieme sopra l'ingresso della cappella.
La Montagna Spaccata,
oltre a provocare suggestione nel credente, affascina anche chi non crede, il quale, di
fronte allo spettacolo sublime che offre la natura, pur non condividendole, può
comprendere le motivazioni che spingono il primo alla fede.
In alto, sulle sue
ardite falesie, nel verde silenzio sovrastante lo sterminato piano del
mare, avvolti dal profumo delle macchia, ci troviamo nel luogo
conveniente per meditare questa bella pagina di Giorgio Caproni: "Vi sono casi in cui accettare la
solitudine può significare attingere Dio. Ma
vi è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio.
Irrespirabile per i più. Dura e incolore
come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l'ossidiana. L'allegria ch'essa può dare è indicibile. È
l'adito — troncata netta ogni speranza
— a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio,
pur sapendo — definitivamente — che
Dio non e' è e non esiste".
LE MURA
DI CARLO V
Nell'area del Parco
di Monte Orlando sono presenti ancora notevoli parti delle fortificazioni di Carlo V[16].
Esse
sono ricordate con il nome dall'imperatore asburgico, ma
furono iniziate dal nonno Ferdinando
il Cattolico[17].
Le mura, sovrastanti
la spiaggia di Serapo, con le diverse tonalità di grigio immerse nelle
ugualmente varie tonalità di verde degli arbusti mediterranei, ultimi,
definitivi, naturali e pacifici assedianti, rappresentano un tratto tipico del
paesaggio di Monte Orlando.
Nel leggere queste
brevi note storiche e nel passeggiare in questi luoghi, non ci avvolga la retorica
guerresca, il valore militare, il coraggio del leone che combatte fieramente
(metafora che si trova ancora affissa tra queste fortificazioni); bensì il
pensiero che l'odierna
inutilità di queste opere ha un significato altamente simbolico, specie nel nostro presente attraversato da una
crisi generale dei valori e da una recrudescenza dei conflitti bellici (anche
nel vecchio continente europeo) che
inducono al pessimismo. La malta grigia, il tufo sbriciolato, la pietra
coperta di muschio, il sasso signoreggiato
dai licheni ci ricordano che le strade e i percorsi di pace spesso sono vincenti e che alla fin fine
vale la pena spendersi per la
costruzione di una realtà pacifica.
Camminando su questi
bastioni, che dal 1707 al 1861 hanno sopportato sei[18]
assedi, oggi siamo liberi di scrutare gli spazi lontani senza il timore di
scorgere un legno o una legione nemica, essendo ormai il timore soltanto quello
che nei giochi di guerra si inventa la fantasia dei bimbi, osservando navi
misteriose che vengono fuori dall'orizzonte o eserciti minacciosi che prendono vita
dalla cangiante e selvaggia distesa di cemento delle colline di fronte.
Salendo lungo la via
Planco, prima di arrivare all'incrocio con via della Trinità, sulla sinistra, oltrepassato un cancello, si
incontra la batteria Philippstadt[19],
prima chiamata batteria Piattaforma. Questa batteria faceva parte del fronte di
terra che iniziava dalla Cittadella, a protezione
della Porta di Terra[20],
l'ingresso alla fortezza, e proseguiva
verso la Trinità con i bastioni Cappelletti e Conca, le batterie Fico e San Giacomo, la cortina[21]
Sant'Andrea, il ridotto[22]
Cinque Piani e la batteria
Malladrone.
Al ridotto Cinque
Piani si accede per una discesa che si incontra sulla destra, appena imboccata la strada per la Trinità. La
batteria Malladrone si trovava davanti al bar
sito sulla sinistra della via Trinità, dove ora ci si affaccia per
vedere il panorama di Serapo. Prima di questa
batteria, si notano i resti della batteria Dente di Sega, fatta costruire nel XVIII secolo da Ferdinando IV[23]. Sempre lo stesso sovrano fece
costruire, dopo la batteria Malladrone, le batterie Trinità e
Transilvania.
Ritornando alle
opere del periodo di Carlo V, iniziate nel 1516 e
terminate nel 1538, è bene
ricordare che le fortificazioni cingevano anche
il lato mare, dalla batteria San Montano, all'altezza del monastero di Santa Caterina, fino alla Porta di
Terra. Eccone la successione:
batterie San Montano e Santa Maria (all'altezza dell'attuale Guardia di Finanza), cortina del porto (dove ora è
il porto Santa Maria, nel quartiere
Sant'Erasmo), batterie Vico (sul molo che delimita il porto di Santa Maria in
direzione della sede della Capitaneria di
Porto), Poterna (all'altezza del palazzo Gioia), Granguardia (all'altezza dell'attuale piazzale Caboto), Favorita (dopo
l'attuale villa Traniello), Spirito
Santo (all'altezza dell'attuale piazza Conca), cortina Annunziata (davanti alla chiesa
dell'Annunziata), cortina Addolorata
(subito dopo la precedente), cortina Sant'Antonio, cortina denti di sega
Sant'Antonio[24]
(all'altezza dell'attuale porto militare). Le fortificazioni di Carlo V, inglobando Monte Orlando nell'ambito della fortezza,
impedirono l'uso del colle agli assedianti, come invece accadeva nei secoli
precedenti. Il sistema difensivo proseguiva con le torri costiere: torre Viola, risalente a
dopo il 1532, torre Scissura, risalente a
dopo il 1563, torre S. Agostino, risalente al 1531.
Le opere difensive di
Carlo V furono ampliate e completate nei secoli successivi: gli
austriaci nel 1711, dopo la porta Carlo V, verso
l'attuale
municipio, costruirono la controguardia Cittadella. Carlo III Borbone[25]
nel 1737 fece edificare l'avanzata controguardia Cittadella, sulla quale si innestava
il fronte a scaglione. In questo si apriva la porta d'ingresso nella città,
l'attuale porta Carlo III. A questo re risalgono anche le opere staccate, che
stavano sotto le mura di Carlo V a fronteggiare la
spianata di Montesecco, iniziata dagli austriaci nel 1715, e la cortina Trinità.
Intorno al 1765 vennero costruite
le polveriere Carolina, di cui restano i muri perimetrali, Ferdinando e Trabacco, visibili nella zona del
parco chiamata appunto Carolina.
Allo stesso periodo risale la batteria Regina, collocata al di sopra delle
fortificazioni di Carlo V. Nell'area
dell'attuale parco, Ferdinando II fece costruire la
batteria Malpasso, all'estrema punta occidentale, e la batteria Trabacco, a destra
del sentiero che conduce all'omonima polveriera. Fece inoltre ampliare la
batteria Regina ed edificare un ospedaletto presso la batteria Trinità[26].
[1] Mausoleo fu in origine il nome che ebbe la tomba fatta erigere da
Artemisia allo sposo e fratello Mausolo, re di
Caria, una città della regione greca del Peloponneso. Il Mausoleo era una delle meraviglie del mondo
antico.
[2] Sacerdoti
che preparavano i banchetti sacri delle grandi solennità
[3] Cornata
o Chiomata, per i capelli lunghi degli uomini celtici, era chiamata la Gallia Transalpina.
[4] Imperator era il titolo che si dava al generale vittorioso,
a cui, al ritorno in patria, spettava il trionfo.
[5] II censore vegliava
sui costumi e sul censo.
[6] Schiniere: pezzo di
armatura a difesa dello stinco.
[7] Ecco il testo:”
MUNATIUS L(ucii) F(ilius) L(ucii) N(epos) L(ucii) PRON(epos) PLANCUS CO(n)S(ul) CENS(or) IMP(erator) ITER(um) VII VIR
EPULON(um)TRIUMP(hator) EX RAETIS AEDEM SATURN(i) FECIT DE MANIBIIS AGROS DIVISIT IN ITALIA BENEVENTI IN
GALLIA COLONIAS DEDUXIT
LUGDUNUM ET RAURICAM"
“Lucio Munazio Planco, figlio di Lucio, nipote di Lucio,
pronipote di Lucio, console, censore,
imperatore per due volte, settemviro degli epuloni, trionfatore dei Reti.il tempio
di Saturno fece col bottino di guerra, in Italia, a Benevento, divise i campi, in Gallia fondò le colonie di Lione e Raurica.”
La parte destra dell'iscrizione è scarsamente leggibile
a causa della consunzione della pietra.
[8] Matteo,
27:50-52:"....Gesù,avendo di nuovo gridato con gran voce, rendè lo
spirito... La terrà tremò, e le rocce si
schiantarono"
[9] Francesco
Castaldi nel 1936 studiò le fenditure e pubblicò un articolo nel Bollettino
della società dei naturalisti.
[10] Non si sa con certezza quando il masso crollò e quando fu
edificata originariamente
la cappella. Si ha notizia, però, che essa
venne riedeficata nel 1514 da don Pietro
Lusciano, castellano di Gaeta.
[11] Ecco il testo
dell'epigrafe:"lmproba mens verum renuit quod fama fatetur / credere at hoc
digitis saxa liquata probant!” Con una certa libertà, si può
tradurre:"L'animo incredulo rifiutò
di credere quello che la tradizione ci tramanda, ma al tocco delle dita lo
prova la roccia ammollita" Probabilmente il racconto risale ad un carme
del monaco agostiniano Gregorio
Salomonio.
[12] Il
monastero di Sant’Angelo in Planciano
trae origine da una chiesa fatta edificare dall’ipata Docibile, come si ricava
dal suo testamento del 906,nel quale si dice che la chiesa è stata edificata da poco e che
essa è affidata alle cure del figlio Leone. Docibile vuole che ogni giorno il
sacerdote della chiesa canti una messa per lui. Nel 930 leone dona la chiesa
all’abate Anastasio affinché vi sia costruito un monastero.
[13] Già alla fine
del XIV secolo incontriamo un uso simile, quando il re di Napoli Ladislao di
Durazzo e la corte, che risiedevano in Gaeta, vi si rifugiarono per fuggire la
peste che mieteva vittime nella città.
[14] Così nell'episodio di
Clavilegno:"Orsù, allora, che Dio e la Santissima Trinità di Gaeta mi
proteggano".
[15] Febbre intermittente, quasi sempre di
origine malarica, che si manifesta ogni quattro
giorni.
[16] Re di Spagna dal 1516
al 1556 ed imperatore del Sacro Romano Impero Germanico dal 1519 al 1556. La Spagna possedeva l'Italia
meridionale dal 1503, quando sconfisse le truppe di Luigi XII, re di Francia, sul fiume Garigliano. Carlo V visitò Gaeta il 25
marzo 1536, restandovi sette giorni. Arrivò alle ventiquattro e attraversò
la città sotto un broccato e alla luce di trenta torce di cera. Gaeta offrì al
re 1500 scudi d'oro in un bacile d'argento
nonché copiosi quantitativi di diversi prodotti: candelotti di cera, scatole di confetti, prosciutti, polli, castrati,
pesce, vino gaetano, pane bianco,
orzo, fieno, paglia, legna.
Oltre che dai danni dall'ultimo assedio del 1860-61
(saltò in aria la batteria Sant'Antonio), la cinta muraria che chiudeva Gaeta
fu rovinata da varie demolizioni in epoche diverse. Nel 1917 vennero demoliti i
bastioni che stavano dove ora sono il piazzale Caboto e la villa Traniello; nel 1928 altre fortificazioni tra le
porte Carlo III e Carlo V vennero abbattute per rettificare la strada; nel 1960 l'allora sindaco
Corbo fece demolire il bastione Annunziata ed altri
tratti, pari a 420 metri lineari. Circa la demolizione del bastione Annunziata il senso comune cittadino pensa che essa
abbia avuto luogo per costruire il lungomare, il che non è
vero; il progetto originario della strada prevedeva l'attraversamento della
batteria mediante fornici.
Altre città italiane, ad esempio Lucca, già nel XIX secolo, hanno saputo recuperare ad usi nuovi le antiche
mura senza nessuna furia dinamitarda .
Salvatore Buonomo nel sonetto Bastioni, dal valore
diseguale, e un tantino malato della solita retorica del luogo natìo, ci lascia
una bella immagine delle fortificazioni:"...Non sei più che un monil, che adorna bello / la città vecchia,
cui domina fiero / il poderoso castello:/
sogno passato d'evo battagliero,/ su cui volteggia placido bel bello/ l'aereo,e
brilla al sol, alto e leggero'!
[17] Ferdinando il Cattolico, partito da
Barcellona e diretto a Napoli via mare, si fermò a Gaeta dal 17 al 21 ottobre del 1506. Nel giugno dell'anno successivo,
sulla via del ritorno in Spagna, vi si fermò nuovamente.
[18] 1707: durante la
guerra di successione spagnola, dopo tre mesi di assedio, Gaeta fu
espugnata dalle truppe austriache del conte
Duan .
1734: durante la guerra di successione polacca, dopo
quattro mesi di assedio, la città fu presa dalle truppe di Carlo III di
Borbone, che cacciarono gli austriaci dal regno di Napoli. 1798: il comandante della fortezza, il generale Tschudy,
nonostante potesse contare su quattromila uomini, consegnò senza
combattere la città a trecento soldati francesi guidati dal generale Rey.
1806: il 7 febbraio le truppe napoleoniche, comandate
dal generale Massena, iniziarono un assedio durato
sei mesi.
1815: volgendo al termine il regno di Gioacchino Murat,
cognato di Napoleone, la guarnigione di Gaeta, comandata dal generale
Alessandro Begani (la cui tomba è nella cappella di San Filippo Neri nel santuario della SS.Trinità),
resistè alle truppe austriache e borboni-che e
ad una squadra navale inglese fino all'8 agosto.
1860-61 sconfitte il 4 novembre 1860 nella battaglia di
Mola di Gaeta (Formia), le truppe borboniche
si chiusero nella fortezza di Gaeta, dove furono tenute sotto tiro, dal 5 novembre al 13 febbraio 1861, dall'esercito piemontese
comandato dal generale Enrico Cialdini.
[19] Questo nome le fu dato dopo che nelle
sue mura vennero deposte le spoglie del
principe Luigi
Philippstadt, comandante della fortezza di Gaeta nel 1806, durante l'asse
dio del generale Massena.
Il monumento funebre, voluto da Ferdinando I nel 1816, e col
locato nel 1825 sul luogo
dove il principe fu ferito in quell'assedio, lo ricorda coraggioso
e forte come un leone. Il sepolcro è coperto da un bassorilievo
con al centro il volto del
principe.
Sulla stessa parete vi sono altre tre iscrizioni: una
ricorda il generale francese Vallongue ferito
mortalmente durante l'assedio del 1806; un'altra, fatta collocare nel 1868 dal comandante del Presidio di Gaeta, sotto gli stemmi dei
Borbone e dei Savoia, secondo gli usuali
stilemi della retorica militare, ricorda i morti del 1860-61 che caddero fra le
opposte armi; una terza ricorda la
benedizione impartita da Pio IX, il 28 novembre 1848,
al re e alla sua famiglia,
nonché al popolo e ai soldati.
[20] Oggi
chiamata anche porta Carlo V (sulla
sinistra dell'attuale lungomare Caboto, all'altezza
del porto militare).
[21] Tratto di cinta muraria.
[22] Nelle antiche fortificazioni il ridotto o
la ridotta è un'opera di secondaria importanza.
[23] Ferdinando
IV, re
di Napoli, poi Ferdinando I, re
delle Due Sicilie (1751-1825).
[24] Sotto il regno di
Ferdinando II Borbone (1831-1859), nel XIX secolo,
la cortina
Annunziata, la cortina Addolorata e la cortina Sant'Antonio furono
trasformate in batterie. Lo stesso
sovrano,oltre a diverse casematte (locale chiuso, con volta protetta, all'interno del quale erano ospitati pezzi d'artiglieria),fece
costruire la batteria Ferdinando (all'altezza dell'attuale villa Traniello),
la batteria Guastaferri, vicino a quella di S. Montano, la batteria Duca di Calabria, sotto San Francesco,
la batteria Torrion Francese, sotto il castello, e la batteria Maria Teresa, oltre il castello aragonese.
[25] 1Carlo III tolse l'Italia meridionale
agli austriaci che l'avevano occupata durante la guer
ra di successione spagnola
(1701 -1713).
[26] A
conclusione della descrizione delle fortificazioni è utile accennare, per il
ruolo che ha
avuto nelle vicende che portarono all'unità d'Italia, all'assedio del 1860-61. Sconfitte il 4 novembre 1860 nella
battaglia di Mola di Gaeta (Formia), le truppe borboni-che si chiusero nella fortezza di Gaeta, dove furono tenute
sotto tiro dal 5 novembre al 13 febbraio
1861 dall'esercito piemontese comandato dal generale Enrico Cialdini, mentre la flotta francese, stazionando nel porto
fino al 19gennaio 1861,impediva all'ammiraglio Persano di usare le armi delle
sue navi (che, a dire il vero, quando furono libere di agire, non diedero grande prova).
Francesco II, nella sua corrispondenza con
Napoleone IN, motiva la sua resistenza con la classica prosa della
retorica:"! Re che partono ritornano difficilmente sul trono, se un raggio
di gloria non abbia indorato la loro sventura
e la loro caduta"; in realtà sperava nell'intervento delle potenze europee sul Piemonte ed anche su una
reazione all'interno del regno. Intorno a questi
avvenimenti la parte borbonica costruì il mito dell'eroica difesa di Gaeta,
della fedeltà della popolazione e dei soldati, del coraggio del re e della
regina, in particolare di quest'ultima, Maria Sofia, nobildonna bavarese e
sorella di Elisabetta, moglie dell'imperatore
austriaco Francesco Giuseppe . Per la verità, in molti suoi gesti vi era forse più
la temerità e la sprovvedutezza della giovane età che altro: la regina aveva,
infatti, diciannove anni.
Ferdinando Russo in O'surdato'e Gaeta la ricorda
così:"...Quant'era bella! / E che core teneva!
E che maniere! / Mo na bona parola 'a sentinella,/ mo na strignuta 'e mana a
l'artigliere... / Steva sempre cu nui!...
Muntava nsella /currenno e ncuraggianno.juorne e sere./moccà,mo Uà... v"oggiuro nnanz"esante!
/Nn'eramo nnammuratetuttequante!" L'assedio,
nei primi mesi, non fu particolarmente violento e andò avanti tra gli scambi di
cortesi e manierose missive tra i generali delle due parti e le numerose tregue
nelle ostilità. Questi toni nascondono e contrastano
con le violenze e le fucilazioni sommarie di cui
entrambi le parti si resero responsabili nel corso più generale della guerra,
al di là del fatto specifico dell'assedio di Gaeta.
Durante una delle tregue, il 19 novembre, fu
sgomberato il Borgo (l'attuale quartiere Porto
salvo), che si trovava nel mezzo delle operazioni, muovendo il fuoco contro la
città dalle colline Tortona, Cappuccini, Atratina e Lombone. Per
approntare le loro batterie i piemontesi costruirono diciotto chilometri di
strade nelle campagne gaetane. Nella città,
all'inizio dell'assedio, vi erano ventimila soldati, decisamente troppi
rispetto ai viveri e agli spazi a disposizione. Le pessime condizioni
igieniche provocarono, infatti, un'epidemia di tifo, che nel mese di gennaio
causò in media ogni giorno dieci morti. Le armi
piemontesi erano tecnicamente superiori, tra queste vi erano due cannoni rigati
Cavalli che sparavano da Caposele,
quartier generale di Cialdini, quattro colpi all'ora ed erano fuori della portata
delle armi napoletane. Erano cannoni modernissimi, ma si ruppero dopo
alcune decine di colpi.
Alla fine di gennaio l'assedio divenne più
cruento: il 22 gennaio furono sparati quasi 24.000
mila colpi: 11.000 mila dai difensori e 13.000 dagli attaccanti.il 5 febbario saltò in aria la polveriera
Sant'Antonio con le sue sette tonnellate di polvere, provocando uno squarcio di
quaranta metri nei bastioni. Il primo bilancio fu di un centinaio di morti tra
i civili e duecentosedici tra i militari.
Il 13 febbraio fu la volta della polveriera della batteria Transilvania.
Gli ultimi avvenimenti portarono alla capitolazione, e
il 14 febbraio Francesco II e la sua corte
si imbarcarono sul vapore imperiale francese La Mouette che li sbarcò
Terracina, da dove proseguirono per
Roma in carrozza.
Nel
corso dell'assedio tra i napoletani si ebbero 560 morti per ferite, 307 per
malattia e 743 dispersi; tra i piemontesi i
morti furono 50.
I piemontesi tirarono contro Gaeta 60.000 proiettili, le truppe napoletane tirarono, a loro volta, 35.250 colpi contro le postazioni degli assedianti.